Le lacrime della Senatrice Paola De Pin

Si è parlato tanto, forse troppo e a sproposito delle lacrime della Senatrice Paola De Pin  (Gruppo Misto), provvidenzialmente asciugate dal Partito Democratico nell’immediatezza della  sua dichiarazione di voto a favore del governo Letta.

Certamente è stato sgradevole e inopportuno dirle “Ti aspettiamo fuori”, espressione da  scuola elementare e da baruffa d’infanti con la cartella pronta ad essere tirata addosso al  primo “avversario” a tiro.

Certamente è disdicevole urlarle “Venduta!”, con una leggera punta di scilipotismo intenzionale, e accomunarla a quanti, invece, si sono venduti davvero per far saltare il  governo Prodi, lei che il governo Letta voleva, al contrario, salvarlo.

Sì, tutto questo è censurabile.

Ma non può essere censurabile, invece, la legittima critica politica nei confronti di questo  gesto. Proprio perché la critica afferisce a quelle stesse imprescindibili ragioni di  coscienza che hanno spinto la De Pin a esprimere la sua fiducia.

E siccome una coscienza ce l’hanno anche gli altri, non solo lei, allora cominciamo dal  fatto che la De Pin, eletta nel Movimento 5 Stelle, ci è restata dal  dal 19 marzo 2013 al  23 giugno 2013. Tre mesi. Pochini anche per maturare una vocazione migratrice.

Ma, soprattutto, è stata eletta per difendere la scelta di:
a) non allearsi con nessuno;
b) non dare fiducia a nessun governo che non fosse “a 5 stelle”.

Questo era il suo patto con i suoi elettori. Poi si può pensare benissimo che queste  condizioni siano inaccettabili, e infatti allora la gente vota qualcos’altro, ma i termini  erano questi.

Ora lei:
a) ha assunto una posizione vicina a quella del Partito Democratico (che col cavolo che le avrebbe asciugato le lacrime se non avesse annunciato voto favorevole per Letta, diciamolo chiaramente);
b) ha votato la fiducia al governo dell’inciucio con Berlusconi.

Insomma, ce n’è da essere indignati. Non è che la gente fa passare queste cose nel dimenticatoio così, solo perché la commozione ha la meglio.

O solo perché si è voluto dare via libera a “un grande”.

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