Le conquiste sociali del Primo Maggio: le tette di Chadia Rodríguez

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Il Primo Maggio è la festa del lavoro e dei lavoratori. Ce la siamo conquistata a forza di sacrifici umani e di lotte sociali inenarrabili. C’è chi il primo maggio ha perso la vita, solo perché manifestava con le bandiere rosse del PCI a Portella della Ginestra, negli anni ’50.

Il primo maggio è, più o meno come il 25 aprile, una occasione per riflettere sui valori e sulle circostanze che hanno fondato la nostra Costituzione. Ai miei tempi si andava a fare la scampagnata a base di prosciutto e baccelli (it.: fave), si incontravano le altre famiglie, ci si scambiava il cibo, lo si offriva agli altri e si assaggiavano le cose portate dagli altri lavoratori. Insomma, era bello. Anzi, bellissimo.

Adesso il massimo che si fa è andare a strafarsi di canne al concertone. Io il concertone del primo maggio proprio non lo sopporto. Non capisco cosa abbia tutta quella gente da applaudine e quei canterini da strillare. Le canzoni sono insopportabili, difficilmente riportano riferimenti alla solennità della festa, e poi dura tre ore, il massimo che un orecchio umano possa sopportare.

Dal palco gli artisti rivendicano la libertà. Ieri Chadia Rodríguez ha chiamato a sé il pubblico rivendicando i suoi nobili intenti: “Viva la libertà d’amore e l’amore di essere liberi di amare chi vogliamo e come vogliamo”. Lodevole intento. Solo che per rivendicarlo, durante la sua esibizione (mai termine fu più azzeccato), ha pensato bene di togliersi la parte di sopra dei vestiti e di rimanere in un topless castigato da due paracapezzoli provvidenziali. Della serie: guardatemi, sono qui, ho le tette.

La Repubblica italiana, fondata sulle libertà individuali e sul lavoro, ieri non ha trovato nulla di meglio da fare che consentire, a suo probabile mal grado, a una sua cittadina (è italiana la Rodríguez? Non lo so…) di salire su un palco, e di farsi vedere le puppe, di agitarle e sventolarle davanti alle telecamere di Rai Tre, cantando “Piacere, mi chiamo Chadia / Sono sempre stata una tipa strana / Sono cresciuta sola in mezzo alla strada / Senza fare la ladra né la puttana / Ho fatto una corazza, un’armatura/ Che mi protegge dalla gente, dalla paura / Io non avevo il seno grosso né la statura / Il corridoio della scuola era una tortura / Mi hanno chiamato povera fischiando / In branco, ma da soli poi piangono / E mi devono soldi e rispetto / Mi guardo gonfiando il petto allo specchio”, che, a voler ben vedere, con la libertà di amare chi si vuole ed eventualmente sposare chi si ama ci azzecca come il cavolo a merenda.

Libera boccia in libero stato, dunque, e libera sia qualsiasi donna di decidere di far vedere i suoi seni a chi vuole, se lo vuole, queste sì che sono le conquiste del lavoro, aveva ragione Cetto Laqualunque, ci vuole “Cchiù pilu pe’ tutti”, altro che questa minchiata del lavoro!! Vuoi mettere la soddisfazione di avere la libertà di farti vedere in diretta nazionale e difendere il diritto all’amore avendo davanti il servizio pubblico di stato e una manica di imbecilli pronti a scattare “fotine” coi loro cellulari e farle diventare virali??

E io che pensavo al lavoro come fonte di liberazione e di libertà. Invece non ci ho proprio capito una bella sega di nulla.