Le condizioni del cadavero

E lo so cosa pensate voi, maramaldi, quando vedete che segnalo un errore. Che sono cattivo (io?), che non devo prendermela con quello che appare un refuso (ma non lo è), eh, ma tu non sbagli mai?, e va beh, un errore ogni tanto può scappare su, tutto va bene, anziché parlare di sciatteria.

L’errore che vi propongo oggi è di quelli da manuale. Su un articolo pubblicato su Tiscali a proposito di Elena Ceste (ve ne ho parlato alcuni articoli addietro) si legge la parola “cadavero” al posto di “cadavere”.
Non è un refuso, tanto per cominciare, perché la o e la e sulla tastiera sono sufficientemente distanti.
E’ una “regolarizzazione” involontaria. Siccome in italiano la maggior parte dei nomi maschili finisce con la -o, allora un nome maschile che finisce con la -e viene sentito come scorretto e si ripristina la versione che si ritiene giusta, e invece non lo è. Ho sentito dire “limono” per “limone”, ed è lo stesso procedimento per cui De André usa “brigadiero” al posto di “brigadiere” in “Don Raffaè'”.

Ma c’è di più: “cadavero” (o, meglio, la forma più greve “catàfero”, con le sorde al posto delle sonore) è parola cara al personaggio camilleriano di Catarella, e grazie agli sceneggiati televisivi è entrata nell’immaginario dell’italiano medio. Tanto immaginario che ha contaminato un giornalismo di massa non proprio da “Internazionale” ma pur sempre giornalismo.

Ovvia, son proprio soddisfatto.

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