Le azioni sono pietre: la condanna in Iran di Sakineh Mohammadi-Ashtiani e il pecoronismo del Web

Ieri la vicenda di Sakineh Mohammadi-Ashtiani ha fatto il giro del web, ed è arrivata in Italia dove si sono scatenati la solita reazione indignata in rete, il passaparola capillare di Facebook, e una valanga di iniziative di solidarietà nei confronti di questa donna incarcerata in Iraq con l’accusa di aver avuto relazioni sessuali con diversi uomini (anche diversi dal marito, evidentemente) nonché di averlo ucciso.

E’ stata condannata alla pena di morte mediante lapidazione.

E’ una tragedia che ieri ha riempito le pagine web dei quotidiani, trasmissioni radiofoniche e televisive si sono fatte portavoci di azioni di raccolta di messaggi e attestati di protesta e solidarietà. Chi chiede una sottoscrizione, chi una mail, chi un SMS.

E io mi sono stufato.

Sono stufo di vedere questo web pecoroneccio che crede nell’efficacia del clic, nel potere salvifico del "Mi piace" su Facebook, nel commento pubblico indignato, nei "Non deve succedere!!!" scritti in caratteri maiuscoli e che in due ore vanno a finire nel dimenticatoio della memoria.

Una donna, della minoranza azera di lingua turca, è stata condannata a morte in un processo in cui non le è stato nemmeno concesso il diritto a uno straccio di interprete. E non le inietteranno un coctail di veleni, come fanno con finta pietà negli Stati Uniti, no, le daranno tante pietrate finché non morirà. E la uccideranno di sicuro, perché l’Iran deve solo dimostrare di essere uno stato sovrano che non riceve ordini da nessuno.

E noi reagiamo indignati coi clic. O con 15 centesimi di SMS. Vergogna.

Dovremmo ricorrere ai nostri rappresentanti in parlamento, quei deputati e senatori che pretendono di essere stati eletti dal popolo ma che si sono solo autonominati, e scrivere a loro. E chiedere, visto che abbiamo votato almeno la loro coalizione politica, che cosa stanno facendo o hanno intenzione di fare per far valere il loro potere sulle pressioni internazionali a favore di questa donna.
Dovremmo scrivere a loro, al Ministero degli Esteri, all’Ambasciata d’Iran in Italia, rompere le balle all’infinito, con quelle cose bellissime che esistevano una volta e che si chiamavano telegrammi, e che ora si mandano solo in occasione dei matrimoni e dei funerali (cioè, fondamentalmente, in occasioni di stampo squisitamente cattolico) e se i nostri interlocutori non ci rispondono, sbattere tutto quanto in rete e inchiodarli alle loro responsabilità.

E invece ci fa piacere pensare che se Sakineh sarà graziata, il merito sarà anche un pochino della nostra indignazione.
Se, al contrario, sarà uccisa, noi avremo, comunque, fatto di tutto: un bel clic su internet. O un SMS alla radio.

La morte di Sakineh Mohammadi-Ashtiani è il prezzo della nostra impunità morale.

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