Lavoratori fragili della scuola: lo stato dell’arte

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Facciamo il punto della situazione.

I lavoratori della scuola cosiddetti “fragili” vengono individuati dalla normativa in via di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale come:

– immunodepressi;
– malati oncologici;
– disabili che usufruiscono della legge 104.

NON sono previste altre tipologie di patologia (ad esempio le malattie a carico dell’apparato respiratorio e, comunque, tutte quelle patologie per le quali il rischio di esposizione al coronavirus può portare a un reale e oggettivo peggioramento delle condizioni generali del paziente -ma basterebbe anche il semplice rischio di sovraesposizione-).

Per cui, stando alla lettera della normativa, che è stata il frutto di una visione quanto meno frettolosa da parte del Legislatore, di un problema che si presenta estremamente variegato e complesso, SOLO queste categorie di lavoratori “fragili” sarebbero legittimate ad accedere allo smartworking, alla realizzazione e alla participazione a corsi di aggiornamento, e alla richiesta del cambio di ruolo, col rischio di non vedersi attribuire i 400 euro circa previsti per la protezione e per la salvaguardia dei docenti già stanziati dalle Istituzioni.

Per gli altri docenti fragili, pur affetti da patologie anche importanti, non ci sarebbe una soluzione logica. Non potrebbero riprendere il servizio in presenza in quanto, comunque, il Dirigente Scolastico sarebbe in possesso di una certificazione che attesta il suo stato di inabilità (solitamente questa certificazione viene rilasciata con la dicitura “fino a fine emergenza COVID”) ma, d’altrocanto, il Dirigente Scolastico non potrebbe ricollocare il docente nello status di “malattia d’ufficio”, non ricorrendo nella normativa i presupposti per una malattia (il provvedimento “comporta” la malattia d’ufficio, e stabilisce che per i lavoratori fragili il periodo di malattia goduto fino al 15 ottobre non si va a computare, quindi i “malati d’ufficio” fino al 15 ottobre NON intaccano i 18 mesi di malattia previsti dal CCNL).

Ma non potrebbero neanche, alla lettera del provvedimento, accedere allo smartworking, non rientrando le loro patologie tra quelle elencate, né ai corsi di aggiornamento. Sarebbe possibile, tutt’al più, la richiesta di essere adibito ad altre mansioni (sempre in presenza), con conseguente cambio di ruolo e di trattamento economico, nonché di orario di lavoro (dalle attuali 18 a 36 ore settimanali, con prolungato rischio di sovraesposizione).

Poniamo il caso che il Dirigente Scolastico, A PROPRIO RISCHIO E PERICOLO, decida di collocare in malattia d’ufficio un docente:
– si verificherebbe una situazione in cui il “comporto” non è più valido, e le assenze per malattia inizierebbero ad essere computate effettivamente col rischio di ritrovarsi, dopo il nono mese, al 90% dello stipendio, e, negli ultimi sei mesi, al 50% (vi è da dire che esauriti i 18 mesi di malattia in tre anni, al docente non spetta più la conservazione del posto di lavoro);
– ci sarebbe da risolvere il problema della reperibilità: il malato-non malato in questione sarebbe passibile di visita fiscale? La materia è estremamente controversa a dir poco.

Nel frattempo, a conforto di una interpretazione più ampia e generalizzante della norma, arriva su Oggi Treviso un breve articolo di Roberto Grigioletto, che chiarisce molto bene la situazione. Lo trovate qui:

https://www.oggitreviso.it/smartworking-fino-fine-anno-%E2%80%9Clavoratori-fragili%E2%80%9D-sia-pubblici-che-privati-238690

Certo, si tratta solo dell’esposizione e dell’esposizione delle conoscenze e delle opinioni di un giornalista (che, come tali, non hanno forza normativa) ma trovo che questo intervento sia esemplare per indicare e definire la “vulgata” del provvedimento, ovvero come la normativa venga letta, interpretata e rielaborata dal cittadino comune. Non è poco.

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