L’aria condizionata in ospedale

Ospedale.

L’ospedale è sempre un po’ brutto da frequentare, anche se ci vai per accompagnare una persona cara che deve fare un esame non grave, un po’ invasivo, dolorosetto e snervantino.

In ospedale ti senti sempre sporco anche se hanno disinfettato da poco. Anche se sembra che puliscano in continuazione. Tocchi un corrimano, ti siedi da qualche parte, e hai l’idea di sporco. Sembra sporco anche il caffè della macchinetta che l’infermiera beve dal bicchierino di plastica, col mestolino rudimentale di plastica, non si sa se col sapore di plastica e col supplemento di zucchero di plastica.

All’ospedale c’è l’aria condizionata.

Arriviamo puntuali all’appuntamento, l’infermiera, gentile, ci dice che c’è da aspettare. E c’è da aspettare perché il medico titolare dell’esame clinico si è ammalato. Si è ammalato perché c’è l’aria condizionata. E fa freddo. E si è beccato l’impossibile.
"Ma non si potrebbe abbassare quest’aria condizionata?" Uno va lì con la maglietta perché, si veda il caso, fuori c’è il caldo dello strascico dell’estate più lunga dell’ultimo decennio, ottobre, siamo ad ottobre e fa ancora un caldo assassino.
No, non si può abbassare e nemmeno spegnere. Bisogna tenersela così.

Quindi lo stato paga la malattia a un medico che non è in servizio perché è ammalato. E se il medico è ammalato bisogna sostituirlo, e, naturalmente, pagargli lo stipendio lo steso, perché è un principio sacrosanto. I malati che hanno bisogno di un esame diagnostico aspettano un’ora e più prima che la coda venga smaltita. Lo fanno seduti in sala di aspetto, dove c’è l’aria condizionata suddetta a palla. Tossiscono, cincischiano, starnutiscono, cercano di bere qualcosa di caldo, qualcosa di caldo dentro col caldo assassino fuori, e allora via al caffè di plastica che sa di plastica col cucchiaino di plastica e il bicchierino di plastica, e il tutto perché qualcuno non ha nessuna voglia di abbassare l’aria condizionata e poi la gente si lamenta che siamo il paese con un’economia che va a gambe larghe…
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