L’ANP sollecita un uso più consono delle chat da parte dei docenti

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Ho già parlato della bozza governativa con cui il Governo determina l’integrazione del Codice Disciplinare per i Docenti in merito alla loro partecipazione sui social network. E ho già spiegato perché, anche solo davanti a una mera ipotesi, io abbia ritenuto opportuno per me disiscrivermi da qualunque accrocchio incriminato.

Ora il cerchio si allarga e arrivano le dichiarazioni del Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (che ora si chiamano Dirigenti Scolastici), Prof. Mario Rusconi, sulle chat di classe e quelle dei genitori (specie su WhatsApp, immagino, anche se non cita espressamente questo strumento).

“Le chat di classe devono essere usate solo per le emergenze. Altrimenti stravolgono completamente il rapporto che ci deve essere con le famiglie. Non vogliamo abolirle ma regolamentarle.“

Prendo atto, non senza inquietudine, dell’intenzione finale. Ma, se il Prof. Rusconi permette, come gestire il rapporto con le famiglie, lo decide il docente, non lui. Né nessun altro.

La cura del rapporto con le famiglie fa parte dei doveri imprescindibili di un insegnante. Per contratto. Ma, purtroppo, non ci sono tempi o modalità fissati dal legislper farlo. Io posso usare il telefono della scuola, convocare le famiglie con una lettera protocollata, con un SMS dal registro elettronico (sì, quello di Spaggiari lo permette, ma nessuno lo sa), con una mail o una PEC. Posso parlare con la Signora Asinelli per cinque ore filate e con la Signora Ciuchini per tre minuti e mezzo. Poi c’è la famosa ora di ricevimento settimanale. La cosiddetta diciannovesima ora. Che nessuno ti paga e che nessuno ti obbligherà mai a fissare ma che sei obbligato a fare per “buona prassi” (quando mai una prassi è stata “buona”?). Poi ci sono i ricevimenti interquadrimestrali. Quelli, sì, costituiscono un ordine di servizio.

Devono essere “usate solo per le emergenze“? Io non so esattamente in che paese o in che mondo viva il Prof. Rusconi, ma io lavoro in un paese dove sussiste ancora una emergenza sanitaria, in cui gli alunni e le famiglie di ammalano di Covid e dove qualcuno insiste pervicacemente a morire senza che nessun mezzo militare ne trasporti, con pietà umana e cristiana, la bara a beneficio dei mezzi televisivi. E questo succede ogni giorno. E non lo si neghi, perché se no stiamo tutti a prenderci per le terga.

Durante il lockdown non è stata solo la DaD a salvarci la vita. Ma anche WhatsApp. Quanti messaggi personali e di gruppo ho ricevuto e letto, di alunni che stavano sviluppando veri e propri disturbi psichici da costrizione! E regalare una parola di conforto a chi te la chiede perché, si veda, in quel momento ti considera come un punto di riferimento è un'”emergenza” o no?

L’Italia è l’unico paese in Europa in cui il docente, oltre a essere esperto di una materia, è chiamato al compito educativo. E l’unico che, se succede qualcosa all’alunno in classe, ci va di mezzo civilmente e penalmente.

Io vorrei insegnare ogni giorno l’accusativo personale, le due forme del congiuntivo imperfetto, la letteratura e la sincope della post-tonica nei proparossìtoni (esiste!) ma se una alunna mi dice o, peggio, scrive in una chat di gruppo o personale che fa i video in cui ballonzola, li mette su TikTok e guadagna 10 centesimi al giorno, e ha solo 15 anni, io come educatore devo bloccare tutto e intervenire. O non è un’emergenza? Sì che lo è. E’ una minore, perdìo.

“Le chat tra famiglie e insegnanti e tra insegnanti e studenti stanno dilagando e stanno creando grossi problemi, una sorta di cortocircuito. Si creano situazioni anomale”.

A parte il fatto che io una chat tra famiglie e insegnanti devo ancora vederla col cannocchiale. Solitamente le famiglie chattano da sole, gli alunni hanno i loro gruppi blindati e gli insegnanti si perdono tra mille rivoli: gruppo del consiglio di classe, del collegio docenti, dei dipartimenti, degli insegnanti di un materia specifica, degli insegnanti intolleranti al lattosio e così via. Ma, comunque, le chat sono “anomale” rispetto a cosa? Se c’è una anomalia, qual è la “malìa” o la “nomalìa” entro i cui confini vanno riportate? Finora Rusconi non lo spiega.

“Uno dei problemi delle chat è la presenza dei genitori: c’è chi chiede spiegazioni sul perchè “il figlio ha preso 7 e non 8″, dice Rusconi, oppure “perche’ avete spiegato con due mesi di ritardo la perifrastica passiva?””

A parte l’apostrofo su “perché“, che mi fa infuriare, ci sono due risposte da dare:

– il voto è un atto amministrativo. Come tale, per essere valido, deve essere adeguatamente motivato. Alla Signora che si chiede il motivo del 7 (che non è comunque un voto insufficiente) su una prova scritta, si risponderà che può farselo mostrare dal docente e prendere atto della motivazione. Oppure chiedere un accesso agli atti ed estrarne copia. Semplice!
– se suo figlio è stato collocato accanto a Pierino, sarà una decisione presa dal consiglio di classe. C’è un verbale. Le motivazioni sono lì.

Quanto alla perifrastica attiva, che tanto piace a certi genitori, se è stata spiegata due mesi dopo il docente ne spiegherà il perché nella relazione finale.

Queste domande sorgono perché i genitori sono infuriati ma, soprattutto, non conoscono le regole della scuola pubblica e vanno in ansia. Questo spiega tutto. Certo, non lo giustifica ma lo spiega. E non si può impedire a un genitore di non sapere o di essere ignorante su come funziona la scuola. Magari il padre fa il minatore in Belgio e la madre è una top manager senza scrupoli. E hanno entrambi tutto il diritto di chiedere spiegazioni. Lo fanno in una cht di WhatsApp? E meno male! C’è chi se ne frega proprio. Dei figli e della perifrastica attiva.

Anche Antonello Giannelli, Presidente nazionale dell’Associazione, rimarca:

““un eventuale codice di autodisciplina” dovrebbe essere redatto direttamente dalle scuole. “Non dimentichiamo che queste tecnologie sono di recente introduzione e non c’è ancora un patrimonio comune di comportamenti”.”

A parte il fatto che le chat, i forum e le mailing-list, le discussioni di gruppo, sono tecnologie vecchie come Matusalemme, hanno semplicemente assunto forme diverse. Ma la tecnologia è la stessa. Io parlo a te e tu a me. O decidiamo noi con chi parlare. Punto. Il patrimonio comune esiste e come, solo che la scuola italiana non ne ha mai fatto uso, e adesso, certi signori che fino a ieri si baloccavano con le BIC rosse o, tutt’al più, tagliandosi le unghie dei piedi dopo la doccia, si accorgono che esiste WhatsApp. La prima versione di WhatsApp è stata rilasciata nel gennaio 2009. Siamo nel 2022. Sono passati 13 anni, e, come dicono i Testimoni di Geova, svegliatevi!

Altro piccolissimo inciso: il numero è MIO, la connessione è MIA, il telefono è MIO, WhatsApp è dato in licenza a ME (non alla scuola) e il suo servizio è il risultato di un accordo tra privati. Decido IO, come, con chi e quanto usarlo. Il mio Dirigente Scolastico ha giurisdizione e potere discrezionale sulla mia vita privata e sui miei beni personali. Se vuole che io usi in un certo modo determinati strumenti mi fornisca un telefono portatile di servizio e io applicherò le sue disposizioni. Viceversa, spiacente, ma su quello che è mio faccio quello che voglio io. Perché è facile tutelare l’immagine della Pubblica Amministrazione quando le risorse sono quelle altrui.

Sembrano aver dimenticato il dettato dell’articolo 15 dell Costituzione sulla libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione.

Ultime considerazioni. Leggo sul Corriere della Sera che la Dirigente Scolastica del Liceo Montale di Roma, Prof. Sabrina Quaresima avrebbe, secondo chi l’accusa, avuto una relazione sentimentale con un alunno del suo istituto, prossimo all’esame di Stato terminale. L’alunno è maggiorenne.

La Dirigente è stata sottoposta a procedimento ispettivo da parte del Ministero, a seguito del quale non sono stati ravvisati profili di illiceità o violazioni deontologiche nella sua condotta. E questo è un fatto, che non penso possa essere messo in discussione.

Può, tutt’al più, sembrare una nota stonata che una persona ultraquarantenne e affermata si innamori, in ipotesi, di un giovane con tutta una vita davanti. Ma se sono maggiorenni, consenzienti, non commettono reati, non devono rendere conto a nessuno e sono disposti ad accettare il gap generazionale che c’è tra di loro, non vedo proprio che problema possa sussistere.

La signora è sposata? Bene, ammesso e non concesso che il caso consista ne renderà conto al marito. Non alla PA. Era ed è tuttora in anno di prova? Spiacente, ma non sono emersi elementi per l’avvio di un procedimento disciplinare. Ha fatto sesso in maacchina? Affari suoi. Se è vero che lo ha fatto è un reato. Ma va provato in giudizio. Non lo ha fatto? Affari suoi a maggior ragione.

E invece questa signora (che, come chiunque altro, ha il sacrosanto diritto di disporre della propria vita affettiva come meglio crede) è stata scaraventata su varie testate giornalistiche, come al solito con fiumi di inchiostro gonfiato all’inizio e con due righe di precisazione quando il caso si smonta), assieme al giovane è stata oggetto di scherno e derisione mediante scritte (ovviamente anonime, se no che gusto c’è?) sgradevolissime, al limite dell’offensivo.

E perché? Perché ha vissuto la sua vita come voleva lei? Mi sembra eccessivo, francamente. E mi sembra anche giusto che non ci rimetta il posto solo per questo. Spero tanto per loro che questa vicenda venga presto dimenticata e che possaano tornare a vivere la propria vita in serenità, insieme o separatamente che sia. Glielo auguro di cuore.

 

E poi, cos’è l’ANP? Andiamo a vedere il loro sito web, cosa ci sarà scritto?

“è l’organizzazione sindacale maggioritaria dei dirigenti delle istituzioni scolastiche”

Come tale viene anche citata sulla Gazzetta Ufficiale, secondo quanto evidenziato in un video da loro pubblicato.

E’ un sindacato di categoria. Né più, né meno.

E come si permette un sindacato di dire a me, che, oltretutto appartengo a tutt’altra categoria, come devo disporre della mia corrispondenza e dei miei contatti?

Ma lo sanno Lorsignori quanto si fatica per trovare un punto di sintonia con ciascuno degli alunni che un docente vede ogni giorno per un’ora o due? Ho alunni che non partecipano, non seguono, stanno tutta l’ora col loro cellulare davanti agli occhi, non spiccicano una parola nemmeno in dialetto. Una di loro si è messa nei guai seri. Mi ha chiesto un consiglio personale via WhatsApp. Cosa dovevo fare, negarglielo? O pensare che, siccome non ero in servizio e stavo rispondendo privatamente, stavo ledendo l’immagine della Pubblica Amministrazione (perché è di questo, mica di altro, che si tratta) improvvisandomi confidente, scerdote, psicoanalista o un servizio socile? Cosa dovevo dirle, visto che si trattava di una delicata questione privata, di parlarmene in classe davanti ai compagni? O durante l’ora di ricevimento, sapendo che anche i muri hanno orecchie e che Radio Scuola trasmette pettegolezzi 24 ore al giorno in stereofonia dolbyzzata?

No, non lo sanno. O, se fingono di non saperlo, è ancora peggio.

E non c’è nulla di più riprovevole di un docente (o ex tale) che non si ricorda di essere stato studente e dolescente a sua volta.

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