La “traduzione letteraria” di Paolo Attivissimo

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Nella rappresentazione pubblica di Paolo Attivissimo, nella sua vulgata, c’è anche la sua attività di traduttore.

Perché non lancia solo bigliettini dalla mongolfiera. Lui traduce.

Tra le sue qualifiche (dichiarate qui) figura quella di “traduttore tecnico“.

Per sgombrare il campo da ogni dubbio, e subito, bisogna chiarire che Paolo Attivissimo ha un diploma di maturità linguistica e nessun altro titolo che lo abiliti alla professione di traduttore (laurea in lingue e letterature straniere o alla scuola per traduttori e interpreti).

Qui si pone un problema molto serio. Se una persona bilingue che ha tradotto qualcosa nella propria vita può fregiarsi della qualifica (come la chiama lui) di traduttore, siamo tutti fregati.

Le parole sono importanti. I titoli molto di più. Io sono laureato in lingue. Ho tradotto alcune cose (poesia, soprattutto). Ma NON sono un traduttore. Ho imparato a dare le iniezioni. L’ho fatto alcune decine di volte. Ma NON sono un infermiere. Né, tanto meno, un medico. Così come non sono un giornalista per il solo fatto di aver scritto 5500 interventi su questo blog.

Una persona non può essere un insegnante di scienze motorie solo perché tiene corsi di yoga da cinquant’anni. Eppure Attivissimo chiama “conferenze” (addirittura!) i suoi incontri nelle scuole e nelle assocazioni.

Nel febbraio scorso Attivissimo ha partecipato a un evento organizzato dalla Associazione Astrofili Bolognesi, ufficialmente, dice:

“per parlare di Forever Young, l’autobiografia dell’astronauta lunare John Young che Cartabianca ha tradotto in italiano e al quale ho contribuito per la parte tecnica e terminologica.”

E’ ovvio, però, che Attivissimo punto in alto. ma molto, molto più in alto.

“Si parlerà di traduzione letteraria”

afferma (vedi screenshot)

Ora, però, si dà il caso che oltre a non avere titoli di nessun genere, a parte la succitata maturità, Paolo Attivissimo abbia confuso i peperoni con i carciofi. Perché l’opera alla cui traduzione ha collaborato (collaborato, non eseguito) NON E’ letteraria.

E’ normale e giusto che sia così. Un’autobiografia non è letteratura. A meno che non ci si chiami Gianbattista Vico o Carlo Goldoni. E, dunque, non è questo il caso.

Spacciare un genere di consumo per pochi adepti per “letteratura” è incauto e maldestro. Perché se John Young viene equiparato a James Joyce (solo per fare un nome), allora TUTTO è letteratura e NIENTE è ciarpame letterario. Neanche, tanto per fare un altro esempio, la “Guida galattica per gli autostoppisti“. Che, infatti, è un testo che ha dignità editoriale ma NON valore letterario.

Se Paolo Attivissimo avesse conseguito un titolo di studio superiore a quello in suo possesso, si sarebbe accorto, e nemmeno tanto tardi, ma comunque acquisendo competenze nuove che una istruzione linguistica superiore non fornisce, di quanto sia delicato e complesso occuparsi di letteratura e scinderla dai prodotti di massa (Carolinia Invernizio scriveva letteratura o intrattenimento? Mah…)

Ma la cosa che preoccupa, nella vulgata suddetta, è che Paolo Attivissimo si autoattribuisca delle “qualifiche” che, semplicemente, non ha. Non si è traduttori solo per aver vòlto in o dall’inglese un manualetto di un forno a microonde. Non si è “giornalisti” solo per aderire a un sindacato d’Oltralpe. Non si è “informatici” se non si sa riconoscere una diffamazione da un attacco hacker. Non si possiede un “diploma in lingue” solo perché Wikipedia lo scrive. E non si è esperti in aeronautica solo per aver tradotto dei termini tecnici. No, questo proprio no.

Paolo Attivissimo non è certo una “autorità” in queste materie. E questo è assodato per tabulas. Nella sua tanto denigrata Italia, che lo fa arrivare con ben due minuti di ritardo sul treno da Lugano, avrebbe potuto chiamarsi “giornalista” in presenza di una sua iscrizione, anche solo come pubblicista, all’Ordine, così come avrebbe potuto dirsi “traduttore” solo alla fine di un specifico corso di studi e/o di specializzazione.

Quello che, infine, risulta profondamente antipatico nelle sue giustificazioni è l’asserire di essere cittadino svizzero e di dover rendere conto solo ed esclusivamente alle autorità elvetiche. Non è vero. Se è vero, come è vero (gioco di parole), che elegge un domicilio digitale certificato (PEC) sul territorio italiano.

Poi, per il resto, parla inglese, vede i morti, va in pallone, ha la Tesla, ama i gatti, la pizza, la focaccia e non ha tempo. Sì, sì, certo, certo…