La terra degli oranghi

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Sul caso Calderoli-Kyenge sta succedendo l’inverosimile. E l’inverosimile è che nessuno chiama più le cose con il loro nome, limitandosi a un constatazionismo da paura.

L’ha paragonata a un orango. E poi ha detto: “Il mio è un giudizio estetico e non politico”. Cazzo, ma è un’aggravante, non un’attenuante. Vuol dire che non si è messo sul piano delle idee a criticare una persona nel merito di quello che dice ma ha fatto un paragone inqualificabile volendo dare un “giudizio estetico”. Ma paragonare estericamente una persona a un orango NON è un giudizio estetico, è un’offesa bella e buona.

Calderoli, del resto, aveva già detto che in fondo quella “battuta” (anche qui si noti il linguaggio fine e delicato) l’aveva fatta in un comizio. E quindi? Vuol dire forse che in un comizio una offesa cessa di essere offesa e diventa automaticamente battuta per il fatto di essere contemplata nell’alterco politico? Non mi pare proprio.

Letta, d’altra parte a pregato Maroni di intervenire, pena il caos. Ma non ho capito, perché Maroni? Letta non è forse il Presidente del Consiglio dei Ministri? Glielo dica lui a Calderoli, che oltretutto è anche vicepresidente del Senato. Ha proprio paura di chiederne le dimissioni, che deve far portare il suo pensiero al destinatario da qualcun altro?

Salvini, dal canto suo dice a Napolitano di tacere (che è meglio), perché lui si INDIGNA con la maiuscola con chi si indigna con la minuscola. Un ricorso stilistico niente mali per far vedere che c’è una indignazione di serie A (la sua) e una di serie B (quella del Presidente della Repubblica). Indignazione mangia indignazione e anche per Salvini quella di Calderoli è una battuta, eh, beh, ci mancherebbe altro.

Cappi di Forza Nuova a Pescara e l’assessore veneto Stival che dice che quello offeso è stato l’orango, completano la disgustosa e melmosa kermesse di rimpalli di responsabilità, precisazioni, scuse, atti formali e dispettucci vari. Del resto in Italia nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Ma nessuno ha mai pensato di dire che quelle parole non si cancellano con delle scuse formali, arrampicandosi sui rami di un ragionamento per affermare quello che non si può affermare, perché a pronunciarle, oltre che a un membro di un partito è anche ma SOPRATTUTTO il vicepresidente del Senato. C’è da chiedersi, al di là di ogni retorica spicciola e di ogni falsa solidarietà alla Kyenge (sui social network ne è apparsa molta, e sinceramente disgustosa almeno quanto le parole che hanno generato tutto questo cancan) se Calderoli non sia indegno di proseguire il suo mandato istituzionale non tanto e non solo perché ha paragonato un ministro della repubblica a un orango, ma anche e in particolare perché non può più fornire quella serenità e quell’affidabilità necessarie, assieme all’equilibrio indispensabili per presiedere una seduta. Pensate solo un attimo se la Kyenge dovesse riferire al Senato e fosse proprio Calderoli a presiedere.

Inutile, non lo vediamo. E stai a vedere che gli oranghi siamo noi!

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