La sorella di Giuseppe Uva citata direttamente a giudizio per diffamazione

La sorella di Giuseppe Uva, l’operaio di Varese morto il 15 giugno del 2008 dopo una nottata trascorsa negli uffici delle Forze dell’Ordine, Lucia, è stata indagata per diffamazione su segnalazione della presunta parte lesa, Luigi Empirio, assolto in Cassazione assieme ad altri sette imputati, tra poliziotti e carabinieri. Nel suo decreto di citazione diretta a giudizio, il procuratore di Varese scrive che l’Empirio sarebbe stato “messo alla gogna” dalla ripubblicazione di una sua fotografia a torso nudo ripresa dal profilo Facebook del poliziotto. Lucia Uva è stata citata direttamente a giudizio perché “comunicando con più persone, utilizzando la bacheca pubblica del proprio profilo del social network denominato Facebook offendeva la reputazione della persona offesa Empirio Luigi carpendone l’immagine fotografica dal profilo del medesimo social network di quest’ultimo per poi postarlo e condividerlo pubblicamente nella rete“. Il commento alla ripubblicazione della fotografia era stato: “Questo si chiama Luigi Empirio, era il poliziotto che a notte del 14 giugno 2008 era presente nella caserma quando hanno preso Giuseppe. Ha un profilo Facebook, io che colpa ne ho se come Ilaria Cucchi voglio farmi del male per vedere in faccia chi ha passato gli ultimi attimi di vita di mio fratello (…) Questo soggetto a Giuseppe lo conosceva molto bene… mettetevi bene in testa che noi vittime dello Stato vogliamo solo la verità e non ci fermeremo fin quando i colpevoli non verranno fuori“. Nel decreto della Procura è scritto ancora: “La foto e il commento pubblicato offendevano pubblicamente la reputazione della persona offesa Empirio Luigi attribuendogli indirettamente di aver assistito agli ultimi attimi di vita del fratello dell’indagata, lasciando intendere che vi fosse un nesso di casualità fra la presenza dello stesso Empirio Luigi e la morte del fratello, a causa della quale Empirio è stato coimputato, insieme ad altri appartenenti alla Polizia di Stato e all’Arma dei carabinieri, in un procedimento che l’ha visto assolto“. E infine E ancora: “La citata pubblicazione esponeva la persona offesa a una sorta di ‘gogna mediatica’, poiché dava modo a chiunque, nella rete web, di visualizzare l’immagine e inserire commenti a loro volta diffamatori e minacciosi“.

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