La scuola NON E’ a scuola

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Stamattina “Repubblica on line” ha pubblicato questa fotografia.

Vi sono ritratte tre ragazze con la mascherina, con ogni probabilità ancora minorenni, ma comunque perfettamente riconoscibili (la cancellazione degli occhi è mia, a ulteriore tutela delle interessate).

Queste ragazze recano seco dei cartelli sulla scuola, e sembrano essere posizionate nel centro di una grande città, che potrebbe essere Firenze, da quel poco che mi è dato di vedere, se non in una situazione di assembramento, almeno, questo sì, di evidente affollamento.

E in questa situazione altamente a rischio, rilanciano messaggi come “Priorità alla scuola” (e chi lo mette in dubbio?), ma, soprattutto “La scuola è a scuola”.

Ora, non so voi, ma io, personalmente, mi sono stufato dello sfruttamento dei minori da parte dei media per l’improponibile difesa della didattica in presenza. E’ facile prendere un cartello, scriverci sopra uno slogan, portarlo in un luogo affollato (pericolosamente affollato, direi), farsi riprendere da un fotografo professionista e lasciarsi mettere in prima pagina a corredo di una notizia. Più difficile, ma assai più difficile, è educare un adolescente alla fealtà che la scuola non è a scuola, ma è ovunque ci sia conoscenza, dialogo formativo, costruzione del sapere, unicità del sapere stesso nella infinita pluralità dei saperi. Nessuno si sognerebbe mai di pensare che una visita a un museo non sia scuola, che un viaggio d’istruzione non sia scuola (a meno che non si voglia a tutti i costi considerarlo una “gita”, ma allora tanto vale restare a casa), che una qualsiasi attività di conoscenza e di apprendimento che si svolga fuori dalle mura dell’istituto, fosse anche la visita al frantoio locale per imparare a fare l’olio, non sia scuola. E allora perché non potrebbe esserlo la Didattica a Distanza? Perché se io spiego un argomento di letteratura, quell’argomento assurge al valore di “scuola” solo se sono in classe e parlo a un gruppo di alunni distanziati di almeno un metro e mezzo (quando va bene), seduti su taumaturgici banchi a rotelle, tutti con la mascherina, impossibilitati a muoversi, con ricambi d’aria pressoché inesistenti, mentre se lo spiego agli stessi alunni che se ne stanno a casa loro, con l’ausilio di strumenti telematici, quella NON è scuola?

Ve lo spiego io: perché quasi nessuno dei discenti attiva la videocamera, nonostante gli inviti a farsi vedere, perché ben che vada alla prima ora c’è ancora chi segue la lezione in pigiama, perché ti dicono che hanno problemi di connessione qaundo non è vero, perché si divertono a mostrare sfondi improponibili mentre l’insegnante sta cercando di risolvere un problema contingente, perché entrano perennemente in ritardo, perché dicono di avere finito i Giga del telefono (ma li hanno regolarmente quando devono postare le loro “fotine” su Instagram), perché sono, si veda il caso, figli di madri che si lamentano della chiusura delle scuole perché non possono andare a prendersi il caffè al bar tutte insieme, e poi vanno dalla Barbara D’Urso a farsi difendere, in barba al patto di corresponsabilità che prevede che il dialogo formativo si svolga essenzialmente tra scuola e famiglia come nuclei fondanti della formazione dell’adolescente. Ma quale dialogo scuola-famiglia? Si va a Canale 5, ci si fa immortalare, e si guadagna anche quel pochino di gloria effimera che non ha mai fatto male all’ego di nessuno. Ecco cosa NON è scuola.

E queste ragazze vanno in giro a propagandare idee di cui forse nemmeno loro comprendono appieno la portata. Sono materia umana plasmabile, malleabile, duttile e sottile come un filo di stagno, che assume facilmente la foggia del contenitore in cui lo si fa squagliare. Bisognerebbe avere un po’ di delicatezza con queste persone. Prenderli, spiegare loro come stanno le cose. Magari istruirli sul fatto che non è vero che se in giro c’è la movida allora può stare aperta anche la scuola, ma che la movida se la devono proprio scordare. Che la scuola è un veicolo di infezione formidabile, almeno quanto il momento di assembramento per lo Spritz serale. Che la “normalità” non esiste più e che bisogna adattarsi e rispettare delle regole precise, perché la gente muore per strada anche grazie alla loro indifferenza.

E’ più facile convincere queste persone ad aderire a un pensiero di “massa” che educarle (educarle, perdìo, educarle!) ad un pensiero autonomo, che si basa necessariamente, sull’ascolto del pensiero di tutti. Ma tanto un “flash” non si nega a nessuno, no?