La schiena dritta di Giampaolo Cardosi (Serpico)

Giampaolo Cardosi

“Beati i perseguitati per causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli”
(Vangelo secondo Matteo)

E c’è solo di che illudersi solo un momento, o sperare a denti stretti che il poverso Serpico, al secolo Giampaolo Cardosi, 69 anni, livornese, sia beato mangari per cinque minuti, ma io ci credo poco.

Serpico lo vidi per la prima volta quando da adolescente presi per la prima volta l’autobus per andare a scuola a trenta chilometri di distanza. Scesi in Piazza Grande e me lo ritrovai davanti. Siccome non ricordavo affatto dove si trovasse Piazza Vigo, dove aveva sede la mia scuola (oggi c’è l’Ufficio Scolastico Provinciale), lo chiesi a quella guardia coi capelli lunghi e la barba che faceva servizio in bicicletta. Fu molto gentile.

Ma si avvertiva su di lui quel senso di odioso stigma, di serpeggiare di disapprovazione, di un meschino vociferare alle spalle (perché nessuno, nemmeno a Livorno, avrebbe avuto l’ardire di offendere una divisa prendendosi la responsabilità delle proprie azioni) per via del suo aspetto: un uomo che, semplicemente, aveva scelto di non tagliarsi i capelli e di lasciarsi crescere la barba.

Nel 1984 fu sospeso dal suo servizio di vigile per un’accusa di furto pluriaggravato. Una vicenda infernale dalla quale uscì definitivamente assolto dopo ben quattro interventi della suprema Corte di Cassazione.

Nel frattempo la madre è morta di crepacuore e i pasti alla Caritas erano un evento quotidiano. La vita ridotta a una sedia del pronto soccorso dell’ospedale.

Serpico-Cardosi, nonostante una sentenza di completa assoluzione, non fu mai reintegrato in servizio. E’ morto pochi giorni fa dopo una vita di stenti (gli era stata portata via perfino la casa per via di una banalissima morosità condominiale), per via di un incidente in bicicletta.

Il sindaco Cosimi ha dichiarato: «Non stiamo parlando di un indigente. La sua era una scelta: lui era nelle condizioni economiche di poter vivere una vita normale. E poi i rapporti tra l’amministrazione e gli avvocati sono sempre stati fitti: il Comune ha provato in tutti i modi a risolvere il caso. Più e più volte ha messo Cardosi nella condizione di poter chiudere questa dolorosa partita. Ma quando nel passato è stato trovato un accordo, lui ha cambiato legale».

Come se fosse stata colpa del Cardosi essersi permesso di essere innocente e di venire assolto dopo una vicenda  che avrebbe sfiancato chiunque. Come se la proposta di risarcimento di 300.000 euro per “risolvere il caso” e “chiudere questa dolorosa partita”, fosse stata adeguata a ridargli una madre, una casa, dei pasti decenti, la salute perduta, la fede in una divisa che non ha mai più portato pur avendone pieno e legale diritto.

E, se anche fossero stati sufficienti, lui, Serpico, quei soldi non li voleva. Rivoleva quello che gli spettava, e che nessuno gli ha mai più ridato.

La storia di malagiustizia che ha vissuto ha potuto minarne fisico, condizioni psichiche (fu assolto lo scorso anno da un’accusa di minaccia perché giudicato incapace di intendere e di volere) ed economiche. Ma ciò che realmente lo ha ucciso agli occhi della società civile è stata la sua scelta di rappresentare se stesso, non i reati eventualmente commessi. Perché per un reato, sia pure dopo anni, l’assoluzione arriva. Forse.
Non arriva né assoluzione né perdono per chi non si piega. Per chi non ammette di avere avuto la colpa di non tagliarsi barba e capelli e di essere stato assolto con formula piena.

 

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