La Rissa alle Camere

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L’elezione dei Presidenti delle due Camere era cominciata sotto un segno quanto meno positivo.

La Senatrice a vita Liliana Segre ha presieduto la prima sessione di Palazzo Madama. Non che avesse particolare dimestichezza con questo tipo di incarico, considerato anche lo scarso numero di presenze in aula accumulato durante la precedente legislatura. Ma, insomma, se l’è cavata benino.

Ha citato la Costituzione, Giacomo Matteotti, il 25 aprile, i diritti fondamentali della persona. Per l’occasione ha indossato un abito elegante e, su, via, si è fatta onore.

Poi la votazione. Dall’esito se non scontato almeno prevedibile. Ignazio La Russa (FdI) è stato eletto alla seconda carica dello Stato, salvato -è il caso di dirlo- da un gruppo di destrorsi (puntualmente ringraziati) della sedicente opposizione, dopo che i berlusconiani si erano defilati. E di colpo, fatta eccezione per un obbligatorio mazzo di rose bianche regalate dal neoeletto alla Presidente di diritto, ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno, che inutile serata, amore mio.

Sale sullo scranno più alto del Senato un uomo che ha militato nel Movimento Sociale di Almirante, dopo aver fatto la necessaria gavetta nel Fronte della Gioventù, passando successivamente per Alleanza Nazionale e per il cosiddetto “Popolo delle Libertà”. Indagato nel 2011 per peculato dalla Corte dei Conti per un volo di stato di cui avrebbe usufruito per andare a vedere una partita dell’Inter contro lo Schalke 04, nel 2013 ebbe a dire “Crescere con due papà è un’induzione ingiustificata a crescere gay.“, scusandosi poi con la redazione di un testo normativo a favore delle coppie omosessuali purché in assenza di qualsiasi possibilità di adozione. Ovvio che nel 2015 ha negato la circostanza di aver dato del “culattone” a un giovane ventiduenne omosessuale.

Nel 2017, durante una discussione alla Camera sull’apologia del fascismo, salutò con il saluto romano, e un mese prima di essere eletto, in televisione ha affermato che “Siamo tutti eredi del Duce“.

Ha detto che il 25 aprile va bene, purché gli si affianchi l’anniversario della nascita del Regno d’Italia. Una cosuccia così.

Insomma, possiamo stare tranquilli.

Alla Camera dei Deputati le cose sono andate più a rilento, ma alla quarta votazione, quella in cui era sufficiente la maggioranza assoluta dei voti dell’Assemblea, la fumata bianca è stata per Lorenzo Fontana, classe 1980, secondo esponente della Lega a sedere sulla massima poltrona di Montecitorio.

Non ha mai fatto mistero delle proprie posizioni filoputiniane, ultraconservatrici, antiabortiste (l’aborto, per lui, sarebbe “la prima causa di femminicidio nel mondo“), antiimmigratorie, fermamente opposte alla possibilità di contrarre matrimonio tra persone dello stesso sesso, nonché contrarie all’insegnamento nelle scuole delle teorie Gender nei programmi di educazione sessuale.

Ha rivolto un saluto al Pontefice (gentile!) e un ringraziamento a Umberto Bossi, senza il cui sprone oggi non sarebbe stato in politica. L’ho sempre detto che è bello avere dei maestri.

Da neopresidente una cosa giusta l’ha detta, invitando Berlusconi a ricusare il contenuto di alcuni suoi appunti sulla Meloni, ma è stato subito ripreso, neanche a dirlo, dal PD, che lo ha bacchettato definendo “improprio” il suo intervento, per bocca di Andrea Orlando. Del resto Lega e PD sono stati alleati nel governo-minestrone di Draghi e qualche strascico postdivorzile deve pur esserci.

Stiamo bene, sì.