La Professoressa Nullafacentis

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“I’ vaje all’orte
a cogl’ le rose
senza lu spose
senza lu spose…”

(Antica nenia abruzzese)

La Nullafacentis fa il suo ingresso nell’atrio dell’Istituto alle 11,15 spaccate. Il suo orario di servizio comincia alle 11, ma che importa? Tanto nessuno le dice niente.

Ha parcheggiato la sua decappottabile nel posto riservato all’handicap perché, dice lei, “non si trova di meglio e, comunque, non importa.”

Scende i gradoni come se fosse Wanda Osiris, piena com’è della sua vaporosa perfezione. I capelli perfettamente pettinati e messi in piega, il vestitino svolazzante che lascia intravedere i polpacci ancora segnati dall’abbronzatura, le scarpe nuove di pacca perché, si sa, la Nullafacentis alle scarpe ci tiene. Leggende metropolitane in seno all’Istituto, riferiscono che in casa abbia una scarpiera degna della buonanima di Imelda Marcos.

Ma quello che maggiormente colpisce della Nullafacentis è il sorriso. Un sorriso perennemente stampato su un volto che sembra voler dire “Oh, siamo a scuola? Ma davvero??” E già, pare proprio di sì. Nell’atrio non c’è nessuno: la nostra bidella Otilia è al bar a farsi una bomba alla crema, perché le è preso un languorino e teme un calo repentino degli zuccheri, il segretario Manlio sta tirando giù tutti i santi del Paradiso perché si è di nuovo esaurito il toner della fotocopiatrice, e la De Estremitatis, con la sua faccia sbattuta, si sta facendo un caffettuccio alla macchinetta, unica consolazione degli afflitti, refugium peccatorum, che con soli 50 centesimi ti dà l’illusione di una bevanda calda, con extra dose di zucchero e relativo cucchiaino rudimentale di plastica, che ti permette di rimestare a dovere l’immonda ciofeca schiumosa.

Ma lei ride lo stesso, non si sa a che cosa. Ai muri, ai tavoli, alle sedie, all’ufficio vuoto della vicepresidenza. Augura il buongiorno alla De Poppibus, impegnata in sala docenti, durante un’ora a disposizione, a preparare il menu settimanale per la sua famiglia e a fare la lista della spesa. Suo marito e i suoi figli màgnano come dei castighi di Dio, ha provato anche a fare la spesa al discount, per risparmiare qualcosina, ma non c’è niente da fare, quelli divorano anche il rumore dei treni. Il latte non lo compra, per quello c’è la produzione diretta e la De Poppibus guarda con profondo disprezzo tutte le colleghe che abbiano una misura di reggiseno inferiore alla quarta.

La Acidophili stamattina ha fatto due ore in quarta W e ha il dente, se possibile, ancora più avvelenato. E’ stata colpita da una pallina di carta, non è riuscita a individuare il colpevole e ha sguinzagliato i cobra in tutta l’aula.

“Buongiorno cara collega Acidophili! Non ti pare che sia una giornata assolutamente magnifica?”

“Di merda!” (l’ermetismo della Acidophili è ben più efficace di quello di Ungaretti, questo bisogna riconoscerglielo)

“Io trovo che sia una giornata bellissima, siamo tutti felici, gli uccellini cinguettano e il sole splende alto nel cielo!”

“Ma veramente si è messo a piovere, cretina!” replica secca la Acidophili.

“La pioggia non bagna il nostro amore quando il cielo è bluuuu…” canticchia la Nullafacentis, citando una canzone di Gigliola Cinquetti del 1969. Voglio dire, sono le sue fonti letterarie, perché stupirsi?

Ma intanto si forma il gruppetto delle dame di corte: “Nullafacé’, quanto si’ bell’!!” “Che bel vestito!” “Sei sempre una meraviglia!!” “Che bel volto risposato!!” (per forza, non fa un cazzo dalla mattina alla sera!)

“Oh, grazie care colleghe, sì in effetti sono molto bella (e modestina, pure) e poi? Questo straccetto?? L’ho pagato quattro soldi al mercatino dell’usato di Treblinka… ma adesso fatemi andare in classe (che sarebbe anche l’ora!)”

Finalmente la Nullafacentis entra nella sventurata 4 W, dove la rappresentanza dei maschi era nel frattempo impegnata a guardare un video porno, con gli sbadigli annoiati della Figoni che lei quelle cose non le guarda, le fa.

“Buongiorno, ragazzi. Che cosa facciamo oggi?”

“Mah, se non lo sa lei, professoré’…” la asfaltano gli alunni.

Ma la Nullafacentis non ci fa caso. Il suo buonumore e la sua sconfinata fiducia nell’essere umano non l’abbandonano un attimo. L’anno scorso un alunno le consegnò un compito completamente in bianco e lei gli mise sei perché pensava che l’alunno avesse ottime probabilità di recupero, e poi andava incoraggiato e comunque non era vero che il compito era completamente in bianco, il nome, il cognome, la classe e la data c’erano, quindi sussistevano sufficenti elementi di valutazione, per cui il sei era pienamente meritato.

Al suono del “finis” la Nullafacentis ha terminato il suo turno di servizio. Quelli della segreteria oggi le hanno dato una sola ora perché se no si stanca. La De Poppibus, appena rientrata dal supermercato con quattro buste della spesa da una tonnellata ciascuna, la incrocia e, implacabilmente, le rivolge un “te pòzzan’ accìje'” [trad.: Vammoriammazzata] che costituisce l’ultimo viatico di una giornatina niente male.

La Nullafacentis uscì, si sedette sul sedile in Alcantara della sua decappottabile, e corse veloce a rifugiarsi nelle braccia di sua madre.