La morte di Marco Simoncelli e la retorica del cordoglio a tutti i costi

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Io non amo guardare le corse motociclistiche e automobilistiche in TV. A parte il fatto che non mi interessano, non capisco cosa ci trovi la gente.


Ma la gente fa un sacco di cose strane, quindi non mi dovrei stupire se qualcuno tra il sabato e la domenica si sveglia di notte e guarda un evento di questo genere in collegamento diretto da Sepang, chè poi sono i nomi di queste località che nella conoscenza geografica delle persone ricorrono una volta all’anno (Sepang, Jerez de la Frontera, Nurburgring, Hockenheim…) quasi a dimenticare che oltre ad avere un circuito per questo genere di pirlate sono anche località in cui la gente vive, lavora, opera. E muore.

La gente pensa che chi va in moto o corre in automobile sia invincibile, perché  sono persone che scivolano sull’asfalto prendendo per la tangente in modo mirabile, come se pattinassero sul ghiaccio o sul sapone, si rialzano e vanno a piedi verso i box, corsa finita, certo, ma almeno hai portato a casa la pelle. Il che ti fa percepire come un immortale, come uno che è riuscito a fregare la Grande Signora. 
E quando accade che qualcuno muore (come Villeneuve e Senna) entra subito nel mito.
La morte ti rende un eroe.
Come sta diventando un eroe questo povero ragazzo, questo Simoncelli, di cui non avevo mai sentito parlare prima d’ora. Anche questa è bella. Uno muore, specialmente in circostanze tragiche, e tutti lo conoscono. Da vivi si riesce tutt’al più a diventare famosetti.
Proprio perché ci sono aspetti della vita di cui uno è disinteressato.
E’ morto Andrea Zanzotto e molti avranno detto "e chi era?" perché magari non hanno mai aperto un libro di poesie in vita loro, non vedo perché, con la morte (avvenuta in modo tragico, ne convengo) del signor Marco Simoncelli, chi non segue le vicende di corse e gare motociclistiche e automobilistiche non possa dire altrettanto.

E quando succedono queste cose i commenti dei lettori sui siti web dei giornali diventano sinceramente imbarazzanti. Su "Repubblica" scrivono: "Difficile credere a questa tragica notizia." Già, e perché? La gente, purtroppo, muore. Continuamente, e nei modi più disparati. Perché stupirsi se una persona che viene travolta da due moto in rapida successione possa morire?
Il Corriere della sera on Line dà il via ai commenti dei lettori. [1] Ne estraggo solo un paio perché, come è logico, si stanno susseguendo a raffica:

"Che dolore commentare la morte di un ragazzo di 24 anni! Sempre bistrattati e mai considerati, questi nostri giovani figli stentano a trovare spazio e molto spesso perdono la vita tragicamente."
Ci avete fatto caso? L’autore (o l’autrice) parla di "questi nostri giovani figli". Come se il giovane motociclista deceduto fosse un po’ anche figlio suo. La gente proprio non ce la fa a occuparsi solo o precipuamente dei propri affetti, ha bisogno di sentire su di sé il dolore degli altri, come se questo potesse servire (non si sa bene a chi) a lenirlo.
"Stentano a trovare spazio"?? Ora, con tutto il dovuto rispetto verso chi muore, ma non mi pare che il signor Simoncelli abbia "stentato a trovare spazio." A 24 anni era un protagonista del motociclismo mondiale, correva per la Honda, e si può ragionevolmente dire che guadagnasse molto più di un operaio in cassa integrazione o di un lavoratore in nero.
E’ morto. Purtroppo è accaduto. C’è gente che a quell’età muore di tumore. La blogger
Anna staccato Lisa, lei sì che non solo ha stentato, ma quello spazio non l’ha proprio mai trovato. Possibile che il rispetto che si dovrebbe a chiunque muoia abbia un valore aggiunto sempre e solo per gli eroi, possibilmente innalzati sull’altare del mito? E i poveri cristi? Non sono anche loro un po’ "figli nostri"?

Un altro lettore scrive: "In questo triste momento siamo tutti vicini al papà , alla sorella e a tutti i tanti amici di Marco cosi come a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo lavorando al suo fianco."
Dallo stile non sembra esattamente il messaggio di una persona che va a impinguare la bacheca virtuale dei sentimenti del Corriere della Sera, sembra piuttosto il testo di un messaggio di cordoglio di qualche carica dello stato, di qualche persona nota. Cosa vuol dire che "siamo tutti vicini al papà, alla sorella"? Ma perché, li conosceva, forse? E poi "tutti" chi? Ma un po’ di pudore no? Non si può lasciare questa gente a vivere il proprio dolore in santa pace e senza avere la presunzione di esserne un po’ parte anche noi a tutti i costi?

La risposta è no, non lo facciamo.

E quindi buona domenica di commemorazioni, frasi, lacrime spesso di circostanza, SMS che scorrono in basso sulle trasmissioni sportive delle TV locali, vittorie dedicate, e gente che ha parole solo per dire che non ha parole.