La morte di Gabriella Carsano e la vergogna giornalistica della “madre-nonna”

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Fuori ci saranno 37 gradi, ma io ho freddo.

Leggo della morte, a soli 68 anni, di Gabriella Carsano.

Viveva nell’alessandrino. Ebbe una figlia all’età di 56. Un vicino la accusò di avere abbandonato la neonata in macchina. Uscì assolta da ogni accusa, ma il Tribunale dei Minori la diede prima in affidamento e poi in adozione a un’altra famiglia. I fatti risalgono al 2010 e al 2015.

Oggi, “Repubblica”, giusto per metterci qualche punticino e fare asso, cavallo e re, titola la notizia, approfondita in un articolo di Cristina Palazzo, facendo leva sulla presunta condizione di “mamma-nonna” della donna.

Mamma-nonna“. Non so chi abbia avuto questa brillante idea, ma, chiunque sia, prego il Dio in cui non credo per la sua anima miserabile, acciocché lo perdoni, perché se lo prendo io gli faccio vedere la Cristoforetti che passeggia in orbita anche senza cannocchiale.

Gabriella Carsano è stata solo madre. Punto e basta.

Il fatto che l’abbia avuta e voluta in tarda età sono esclusivamente affari suoi. Su cui nessuno avrebbe dovuto mai azzardarsi ad adombrare il benché minimo sospetto. Che, poi, sospetto di che cosa? Che, in quanto in là cogli anni per una gravidanza non fosse in grado di badare a una bambina. Ma questo non è un sospetto, è uno stigma. E’ il marchio a fuoco, la lettera scarlatta, la croce del Cireneo. Quindi anche vaffanculo.

Io ho avuto mia figlia a 52 anni. Non ero più di primo pelo, dunque. Eh, ma, si sa, io sono un uomo, e gli uomini sono fertili fino a 80-85 anni, se non addirittura 90, hai voglia te a far figliòli! E anche se qualche signora cagacazzi ogni tanto mi ferma per strada per dirmi che la bambina è bellissima e che il “nonno” (sì, ma di sua mamma in cariola!) fa bene a portarla a fare una passeggiata fuori, non me la prendo più di tanto. Io sono un padre al di sopra di ogni sospetto. A 52 anni non ho forzato nessuna legge della natura.

Una donna sì. Come si è permessa questa signora di partorire, quando avrebbe dovuto fare la fila all’ufficio postale come tutti gli altri per incassare una pensioncina modestuccia di vecchiaia? E perché la sera, invece di scaldarsi una minestrina lunga di dado con le tempestine, o una tazza di caffellatte e biscotti Oro Saiwa, si permetteva il lusso di mettere al fuoco un pentolino in cui faceva sobbolire l’acqua per immergervi il biberon a bagnomaria? Sono affronti alla società che si pagano col sangue. O, come in questo caso, col cancro.

Gente senza storia, senza colonna vertebrale, senza sistema nervoso centrale. Elettroencefalogramma con scarsa e residua attività elettrica. Assassini seriali di libertà di scelta individuali.

Forse un giorno ce ne ricorderemo. Forse.