La morte di Amy Winehouse

Ho sempre ignorato chi fosse Amy Winehouse fino a ieri. O, meglio, avevo sentito un paio delle sue interpretazioni più famose, che peraltro non è che mi piacessero un gran che, senza sapere che quei brani fossero suoi. Sì, le trovo delle canzoncine orecchiabili ma nulla di particolarmente eccelso.

E’ morta a 27 anni, con ogni probabilità per il suo vizio di giocare sempre con la morte (alcuni suoi video sono pieni di immagini riprese nei cimiteri) o, forse, dicono alcuni, per l’uso/abuso di farmaci, alcool e droghe, che fa tanto artista maledetta, e che porta nel mito, che fa riempire l’ingresso della sua casa di orsacchiotti, fiori, bigliettini, non ti dimenticheremo mai, sarai per sempre nei nostri cuori (se fosse morta in Italia questa sarebbe stata la frase più scontata, c’è chi la spreca sempre per una morte violenta), che ti accosta a quella raucedine vocale al limite dell’ubriachezza che fu di Billie Holyday prima e di Janis Joplin dopo.

Per essere un mito oggi non solo devi morire, no, se non fai uso di sostanze la gente non ti prende nemmeno in considerazione.

Quindi, per effetto della sua morte precoce, per la quale è stato tirato fuori dai giornalisti un macabro rituale cabalistico, quello della maledizione dei 27 anni, per cui vari artisti sono morti a quell’età, Amy Winehouse sarà idolatrata, mentre è semplicemente morta, come fanno tante persone, senza che chi resta intorno al loro cadavere le voglia rendere immortali per forza.

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