La malattia dei giovani



Oggi mi è capitato di parlare con una ragazza, una commessa.

E’ difficile scambiare quattro parole con una qualsiasi persona addetta alle vendite. Stamattina ero al supermercato e ho chiesto a un inserviente dove si trovassero gli zampironi contro le zanzare, mi ha detto una cosa tipo terzo scaffale dal basso del quarto ripiano a destra della quarta fila dalle casse a partire dall’ultima e io ho seriamente pensato di comprermi un navigatore satellitare la prossima volta che ho bisogno di mandare via le bestiacce.

Qui se vai in un negozio la gente ti chiede "Che vuoi?", come per dire "Sono mica qui a perdere tempo a vendere, sai??"

E quindi una commessa che parla, che comunica, che dice, reagisce, ascolta, ribatte, insomma, esercita la funzione perduta del dialogo e certamente anche quella rinchiusa nel dimenticatoio della gente del pensiero è qualcosa di indubbiamente inusuale.

Non mi capita mai di chiedere l’età a una commessa, ma ho fatto un’eccezione. E’ giovanissima, e quando mi ha detto la sua età anagrafica ha aggiunto: "Lei non ha idea di come la mancanza di prospettive faccia sentire così vecchi i giovani!"

Poi ho sbirciato velocemente un blog. Una ragazza parlava del compimento dei suoi 25 anni, e ne faceva un bilancio come se si fosse trattato delle volontà testamentarie di un ottuagenario.

Cazzo, la malattia dei giovani è la vecchiaia. E io a 47 anni non dovrei avere più un accidente da dire…

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