La linguistica e la questione israelo-palestinese

Reading Time: 2 minutes

 55 total views,  1 views today

La questione israelo-palestinese è e rimane soprattutto un tema linguistico. E quando si parla di linguistica, esce fuori il filologo linguistico-computazionale che è in me. Sono un linguista. Non ritengo alieno da que QUALSIASI argomento che riguardi questa materia. Dalla psicolinguistica alla linguistica generativo-trasformazionale, passando per la linguistica storica e per la geografia linguistica.

E quando il nome di uno stato sovrano assume un’aggettivazione, mi salta la mosca al naso. Perché definire Israele uno “stato ebraico”, significa dare una connotazione religiosa a un qualcosa che non dovrebbe averla. Non che sia indice di una teocrazia, beninteso, ma del fatto che si agisce in nome e per conto di un principio religioso aprioristico, per cui tutto quello che si fa è frutto di una legge che deve ricondurre quello stato prima di tutto a un Dio, e poi agli uomini.

E se si deve agire in nome di un Dio, qualunque esso sia, prima o poi si comincia a sparare e ad ammazzare. Ce lo insegna la storia, dalle crociate alla cacciata dei mori da Granada, passando per una serie interminabile di circostanze ed eventi. E così, in nome di un Dio, o sotto la sua ispirazione, prima o poi la gente spara. Sono cazzi, sapete? Se è vero come è vero che durante un attacco israeliano a un campo profughi, sono state uccise 10 persone di cui 8 bambini e 2 donne. Cioè, voglio dire, in nome di un Dio ammazzano i bambini, le donne inermi, chi non c’entra niente, la popolazione civile che soffre in maniera impietosa e indicibile di un ritorno alla logica della guerra che non giova a nessuno. Non solo. Un raid israeliano ha distrutto il palazzo dei media a Gaza. Con chi se la prendono questi signori? Ma con l’informazione, perbacco. L’edificio ospitava, tra l’altro, le sedi di Al Jazeera e della Associated Press. E hanno avvertito tutti che il palazzo sarebbe stato bombardato entro un’ora. Un’ora. In un’ora un guiornalista non ha nemmeno il tempo di chiudere il suo computer, portarsi via i file più importanti, mettersi un paio di ciabatte, radunare i suoi effetti personali e scendere in strada.

Commenta al Jazeera: “ciò che Israele ha fatto è un atto barbaro che prende di mira la sicurezza dei nostri giornalisti e impedisce loro di rivelare la verità”. Il preavviso concesso è stato “molto breve. Condanniamo la distruzione da parte di Israele del nostro ufficio a Gaza e chiediamo alla comunità internazionale di proteggere i giornalisti. E’ chiaro che chi ha intrapreso questa guerra non solo vuole diffondere frustrazione e morte a Gaza ma anche silenziare i media che stanno testimoniando la verità”.

Le parole sono importanti, diceva qualcuno. Dal loro uso dipende il destino dell’intero genere umano. Compreso quello di Letta, Salvini e Di Maio, che Israele la appoggiano apertamente, nel silenzio-assenso assordante di una sinistra che non esiste più.