La linea di Osvaldo Cavandoli

La linea era un cartone straordinario.
Pochissimi elementi, una linea bianca che tracciava la sagoma di un omino simpatico, un po’ sfrontato, certamente sfottente quel tanto che basta.
Osvaldo Cavandoli era il suo papà. Il cartone ebbe un successo straordinario come testimonial della Lagostina (“Lui cerca lallallàlla…” canicchiato sull’aria di “Io cerco la Titina”).
Era il simbolo di un altro modo di fare animazione. Assolutamente meno volgare e più vivace.
E soprattutto con un numero limitatissimo di risorse. Anche e soprattutto verbali. L’omino parlava una sorta di lingua franca, un grammelot italiano che non diceva assolutamente niente ma che veniva capito ovunque e da chiunque.
Cavandoli ha inventato il vero esperanto.
Non se lo ricorda più nessuno, a parte qualche anima pietosa che ha dedicato al cartone una voce su Wikipedia, facendo indubbiamente un’opera di bene, ma dimenticandosi -come accade regolarmente in Wikipedia- che un’enciclopedia è un’altra cosa (si è mai vista la Treccani dedicare una voce a Fabrizio Corona? Su, via…).
Cavandoli è morto il 3 marzo scorso e la gente nemmeno se n’è accorta.
Era un genio nell’accezione più genuina del termine: “Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione…” (da “Amici miei”)

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