La giornata internazionale della radio

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Anch’io amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.

E’ inutile, la radio mi attira, mi attizza, mi prende e mi porta via. Molto più della logorroica televisione, che guardo, sì, ma con moderazione, visti i contenuti a dir poco criticabili (ormai la TV praticamente la uso per guardare qualche film su Sky, “Un posto al sole” la sera -sì, io lo guardo! Qualcosa da ridire?- e poco, poco altro).

L’idea di qualcuno che parlava da lontano, dietro a un microfono, che io non potevo vedere, che per quello che mi riguardava poteva essere vestito/a con abiti logori e sdruciti, tanto chi se ne fregava, mi bastava la voce, bastava che qualcuno mi parlasse in continuazione, e io ero contento. Quest’idea, dicevo, ha sempre esercitato in me un fascino irresistibile. Ognuno ha le sue fisime.

Con la radio (l'”aradio”, come diceva il mi’ nonno Armando, il marito della mi’ nonna Angiolina, ma questa è un’altra storia) cominciai a smanettare da bambino. Ero un assiduo ascoltatore di Radio Montecarlo, sulla frequenza storica di 701/702 kHz, in Onde Medie. A Vada arrivava a bomba, si sentiva benissimo di giorno e all’imbrunire, quando alle 19,30 cedeva il passo alla consorella monegasca Trans World Radio, stazione religiosa di ispirazione protestante che trasmetteva sermoni e riflessioni bibliche, ma io ascoltavo anche quella, cosa me ne fregava… Anzi, siccome quelli di TWR invitavano gli ascoltatori a scrivere (c’erano carta e francobolli, allora, non esisteva l’e-mail!), io, che avrò avuto allora 8-10 anni, scrivevo perdavvero. “Sono un bambino italiano, potete mandarmi il Nuovo Testamento?” E quelli, pazienti, me lo mandavano. Chissà quanti accidenti devono avermi tirato. Ma adoravo quel mondo di corrispondenza scambiata, di attese, di postini che arrivavano con pacchetti dal contenuto misterioso.

Cominciò così la mia attività di ascoltatore attivo. Volevo esplorare quel mondo, ascoltare l’ascoltabile, programmi, voci, opinioni, lettere degli ascoltatori. Così, una sera d’inverno, mi bastò smuovere leggermente la manopola della sintonia a destra per incappare su Radio Praga in italiano. Ovviamente scrissi anche a loro, e da lì cominciai a spendere più soldi in francobolli che altro. Se avessi messo da parte tutto quello che ho dissanguato in affrancature selvatiche, oggi non sarei certo ricco, ma avrei la possibilità, questo sì, di togliermi qualche sfizio in più, questo è certo. Dopo Praga vennero presto tutte le stazioni europee principali in italiano: Berlino Est, Sofia, Varsavia, Tirana (la bestia nera dei radioamatori patentati!), Colonia, Pechino (che in italiano trasmette ancora oggi), Tokyo. E giù contatti personali, ma anche un paio di ricevitori professionali della serie Grundig Satellit. Praticamente dei cannoni. Ma erano, appunto, altri tempi.

Con l’avvento delle radio libere, ma libere veramente, in Italia, ebbi la fortuna non solo di ascoltare un numero potenzialmente infinito di stazioni in FM e con qualità audio allora stupefacente, ma mi dilettai come conduttore di una stazione locale che adesso non esiste più, ma che ricordo con infinita nostalgia e gratitudine per come mi ha formato come persona, prima ancora che come esperto della materia. Mi piaceva condurre di tutto, dal buongiorno della mattina al quiz di mezzogiorno, una volta condussi anche un programma di ballo liscio solo per un giorno, ma sì, chi se ne frega… Ma la massima soddisfazione la ottenni con la co-conduzione assieme ad Alberico Quiriconi (the great, the big old friend!) del programma “Obiettivamente ma fino a un certo punto”, un titolo lungo come la sua durata: tre ore dalle 21 alle 24. Un microfono praticamente sempre aperto su tutto quello che accadeva in studio, il prototipo dei talk show, con musica di eccellente qualità (folk anglo-scoto-irlandese, soprattutto). La domenica notte andavo a letto alle 2. Alle 7 mi alzavo sveglio come un grillo e felice di aver fatto quello che avevo fatto. Non sentivo nessuna fatica fisica e mentale, ero perfettamente rilassato e tranquillo. Come facevo, proprio non me lo so spiegare.

Ora, tutto è cambiato, non abito più là. Ho una casa bellissima e un apparecchio radio da 60 euro che si collega in digitale a Internet e prende qualsiasi stazione trasmetta sul web (quindi praticamente tutte) in qualità strabiliante. Sono pigro e non ho più voglia d alzarmi la notte o stare sveglio fino a tardi perché a quell’ora trasmette Radio Putipú dal Brasile (chissà se esiste veramente, me la sono inventata adesso.

Oggi è la giornata internazionale della radio. Passatela bene e trattate, se possibile, ancora meglio questo mezzo di comunicazione che, con la sua flessibilità, si è adattato ad ogni esigenza, e che oggi potete portare in tasca come podcast o come applicazione del telefonino. Abbiatene sempre cura, che è una cosa preziosa.