La dipendenza da Internet

Ho sempre pensato che la parola “virtuale” sia stata inventata da qualche terrorista o da qualche cercatore di soldi facili. A volte, lo devo ammetere, i due concetti coincidono.

Il virtuale non esiste. Se io uso un computer uso un coso di plastica, metallo, silicio e quant’altro che è lì, è reale, altro che virtuale. Chi commenta un post di un blog, di Facebook di Twitter è una persona in carne ed ossa e sentimenti (certo, volgarissimi, a tratti), così come chi quel post lo scrive. La rete stessa non è virtualità. Valgono nella rete le stesse regole che valgono nel mondo fisico. Ad esempio se scrivete cazzate da qualche parte potrebbe anche darsi che a qualcuno venga il ghiribizzo di querelarvi. Se ricevo una mail dal mio commercialista che mi dice che devo pagargli la parcella io la parcella gliela devo pagare, non posso attaccarmi al fatto che si è trattato di una comunicazione non personale.

Poi ci sono gli amori o le relazioni virtuali. “Sai, ho un amico virtuale” fa la signora all’amica mentre sono al supermercato. E quella “Davvero??? Dài, dài, dimmi che sono curiosa come una scimmia…” Si vede che la gente pensa che le persone che hanno questo tipo di trasporto siano fatte di polvere. La rete è solo il “luogo” in cui due persone si conoscono. E’ come trovarsi al bar. Poi magari decidono di proseguire la loro conoscenza.

Niente di nuovo, del resto, quando non c’era internet c’erano gli amici di penna, e quando non c’erano nemmeno loro ci si sposava per corrispondenza.

Però la virtualità è stata associata proprio al concetto non tanto di “comunicazione mediata” ma di “comunicazione con un interlocutore immaginario”, che è una coglionatura bella e buona. Caso mai può essere, tutt’al più, “non presente nello stesso luogo e/o tempo”. Ma perché, la gente quando parla al telefono l’interlocutore lo vede?

In nome della virtualità si sono inventate tante cose. Intanto gli psichiatri si sono fatti depositari di una nuova patologia da curare, la sindrome da dipendenza da internet. Così, voglio dire, la gente che sta un po’ troppo connessa (già, ma troppo quanto? Chi è che stabilisce, come accade con l’alcool, qual è la dose giornaliera per un uso sicuro per sé e per gli altri di internet? Nessuno, naturalmente. Ma pretendono di curarti e tu devi dar loro anche i soldi) si ritrova catalogata come patologia quello che è un semplice comportamento.

Però… “professore, mio figlio sta sempre attaccato al computer, dalla mattina alla sera, che dice, lo faccio curare da uno specialista??” Ma quella non è dipendenza, è essere dei genitori pirla. Tuo figlio portalo anche fuori qualche volta. Oppure toglielo internet. Cazzo, non puoi delegare la tua funzione educativa nei confronti di tuo figlio a uno psichiatra o a qualche pasticchina.

E poi “hai un blog?? Ma come fai a stare tutto il tempo davanti a un computer?? Ah, io non ce la farei” Ma non hai bisogno di starci “tutto il tempo”, basta scrivere ogni tanto. Ma se ti piace scrivere, comunicare, dare qualcosa a qualcuno, far circolare le tue idee, quella è una dipendenza da internet, devi essere curato. E loro lo sanno benissimo che il problema non è internet, ma il fatto che tu pensi e scriva. Il sistema mal l’accetta, per questo ti dicono “Vieni, vieni, ci pensiamo noi!” e poi quelli  che hanno pensato a te si sfondano su Facebook e buttano via la chiave!

Sei su Twitter?? Peggio ancora. Il fatto che Twitter possa essere gestito da un cellulare, che tu possa mandare degli aggiornamenti via SMS (magari disponendo di mezzi assolutamente esigui), oppure attraverso uno Smartphone, viene visto come un sintomo di malattia. Tu, naturalmente, non sei affatto malato, lo sai benissimo. Ma se uno si inventa che esiste una malattia, poi si può anche arrogare il diritto di curarti, di rimproverarti che stai sempre a guardare se ti sono arrivate risposte ai tuoi tweet, che non ti relazioni con gli amici “reali”, e va beh, ma magari è gente che spara una valanga di stronzate e, voglio dire, poi ci credo che uno preferisca fare o parlare d’altro.

State attenti. Ma molto, molto attenti.

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Commenti

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Un pensiero riguardo “La dipendenza da Internet

  1. La P stellata

    Caro Valerio,
    la IAD è stata parametrizzata. Non esiste un ‘troppo’ o un ‘come’: esiste un ‘che tipo di ricaduta ha sulla salute fisica, mentale e sociale dell’individuo’. Non è una faccenda così semplice. La IAD è di gran lunga più ‘virulenta’ in soggetti già predisposti alla dipendenza o alla fuga. E, come spesso accade, il primo ad affermare di non esserne affetto, è chi invece lo è. Un po’ come per i disposofobici (gli accumulatori seriali): spesso si rendono conto solo trasversalmente che un problema esiste, ma siccome tutto ciò che accumulano, ai loro occhi è ‘necessario’, non riescono a vedere il problema reale ma il suo effetto, per esempio la casa infestata di parassiti o di muffe o danni strutturali ai quali non si riesce a porre rimedio o semplicemente il vicino di casa che si insospettisce perché questa persona non riceve visite. Allo stesso modo la IAD si definisce tale quando modifica la fita ‘reale’ (ci sono parecchi siti in cui si possono avere notizie, uno è questo: http://www.cpsico.com/dipendenza_da_internet.htm)
    Questo per quanto riguarda la IAD (Internet Addiction Disorder).
    Per quanto riguarda il termine’virtuale’, invece, sono d’accordo con te. Ossia: rispetto alla definizione che il dizionario dà di questo termine, le persone che si intercettano nel web e con cui si intessono relazioni di svariato genere, non sono virtuali in quanto non esistono “in potenza” ma realmente. Anche qui, però, c’è una linea sottile che -a mio avviso- scorre lungo quella che gli psicologi chiamano ‘appartenenza’ (quella che, per esempio ci lega alla famiglia, alla cerchia di amici ecc.) e questa ha a che fare con la relazione fisica, con il corpo, con l’occupazione di uno spazio, con l’abbraccio, con il passaggio di attenzioni relative alla sussistenza. Dire che ‘apparteniamo’ ad una persona di cui tutt’al più conosciamo la voce (oltre che il pensiero, i gusti ecc.) ma nulla del corpo, nulla dei suoi abbracci, nulla della sua presenza in caso di pericolo -e che mai, in questo caso, potrebbe aiutarci- ecc., è quantomeno inappropriato. Quindi, se cassiamo il termine ‘virtuale’ nel caso in cui le relazioni siano ‘vere’ all’interno di circuiti ‘eterei’, dovremmo come minimo trovare un termine che le distingua da quelle ‘fisiche’. Ci sono poi i casi in cui le persone si spacciano per ciò che non sono e se su di esse riponiamo la fiducia che ci aspetteremmo legittima, ad un certo punto dovremmo ricrederci su una serie di caratteristiche date per assodate e che invece non corrispondono alla realtà. In questo caso, pur non essendo ancora ‘virtuali’ secondo la definizione del dizionario, sono in tutt’altro territorio rispetto alla completezza e alla concretezza di una relazione ‘fisica’ in cui le bugie possibili sono parecchie meno.

    Baci!

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