La destra antisemita alla tastiera di un PC

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Offesa all’onore e prestigio del Presidente della Repubblica. Istigazione a delinquere. Sono le accuse formulate a 11 indagati dalla Procura della Repubblica di Roma. Tre di loro gravitano negli ambienti dell’estrema destra, e uno degli indagati è il professor Marco Gervasoni, in servizio presso l’Università del Molise (che, voglio dire, è in Italia), dove insegna Storia Contemporanea. Dopo una serie di perquisizioni domiciliari, i ROS hanno inquadrato le reiterate azioni di questi galantuomini come espressioni di «una elaborata strategia di aggressione alle più alte Istituzioni del Paese». E che minuetto!

Adesso viene la quadriglia: il Professore era già stato attenzionato dal Senato Accademico (Commissione Etica) per una esternazione, sempre fatta via social, nel confronti della Vice Presidente della Regione Emilia Romagna Elly Schlein, quando ebbe ad esprimersi nella seguente guisa: “Ma che è, ‘n òmo?” Non conosco l’esito di quel provvedimento, ma so per certo che nel settembre 2019 il Nostro fu estromesso dalla Luiss, dove insegnava Storia Comparata dei Sistemi Politici, per aver scritto «Ha ragione Giorgia Meloni, la nave va affondata. Quindi Sea Watch bum bum, a meno che non si trovi un mezzo meno rumoroso».

Ora io non so e non voglio minimamente sapere se le pregresse esternazioni, unite alla contestazione di reato mossa dalla Procura di Roma o semplicemente da sole possano fare in modo che il Professore venga almeno sospeso dall’insegnamento in attesa, quanto meno, di una sentenza di primo grado. Certo è che un indagato per offesa al Capo dello Stato e l’insegnamento della Storia Contemporanea, stridono come un si e un do suonati insieme. Perché, voglio dire, non è che il Professore ha le sue idee (che è liberissimo di esprimere come meglio crede e dove meglio crede) e nella vita privata fa il fruttivendolo. Non è accusato di una semplice diffamazione spaziale come ce ne sono tante a impolverare le scrivanie, gli scaffali e l’oziosa sonnolenza di certi pubblici ministeri, qui si tratta di offese al Capo dello Stato. Che, guarda caso, fa parte (che il Professore lo voglia o no) di quella Storia Contemporanea che lui è tenuto a insegnare. Se ha questa facilità di scilinguàgnolo, come potrebbe, ad esempio, assistere con la dovuta serenità uno studente che si presentasse a lui con una tesi di laurea o di dottorato sul settennato di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica? C’è un corto circuto evidente. Questa persona avrebbe offeso il prestigio del Capo dello Stato, non quello di un ipotricotico qualsiasi. E quindi, a questo punto, è bene o che si faccia da parte o che, meglio, lo facciano da parte all’Università in attesa di veder chiarita la sua posizione processuale. Se sarà assolto riceverà tutti gli arretrati con i dovuti interessi legali, se sarà condannato, amen, se ne andrà per la strada da cui è venuto, assieme agli altri 10 indagati, di cui lui rappresenta solo la punta dell’iceberg, la parte più visibile, quella di cui si sono fatti i nomi. Degli altri il Corriere on line riferisce che “si tratta di soggetti di età compresa tra i 44 e i 65 anni, tra i quali figurano impiegati e professionisti.” E che bellezza, dopo il minuetto e la quadriglia viene la voglia di farsi quattro salti con la mazurka di periferia. Dalle prime indagini sarebbe emerso anche che il Gervasoni fosse “in collegamento con gruppi e militanti di ispirazione suprematista e antisemita tramite la piattaforma social russa VKontakte.” E questa è la tarantella finale.

Sono loro. Sono nelle nostre università. Sono nel tessuto sociale e culturale del paese. Sono i professori a cui affidiamo i nostri figli in età universitaria e non per giocarci a tressette, briscola e scopa, ma perché abbiano una formazione solida e una laurea, cioè un passaporto spendibile per il loro futuro. Sono il vicino di casa, che di giorno salutiamo con un sorriso e che di notte si pianta davanti a un cacchio di social network russo a sparare le proprie esternazioni antisemite e a offendere le alte cariche dello Stato. Quanto meno cerchiamo di stare un po’ attentini, sì?