La crisi israeliana e l’agonia di Olmert – di Elle Emme

Le ultime settimane in Israele sono passate sotto il segno di continui scandali politici, che hanno completamente eroso la credibilità del governo Olmert. Le incriminazioni del Capo dello Stato, del Ministro dell’Interno, del Capo della Polizia e gli scontri sulle responsabilità della disastrosa guerra libanese scandiscono impietosamente l’agonia di un sistema politico in profonda crisi. Mentre l’opinione pubblica si sposta nuovamente a destra e ritornano sulla scena Netanyahu e Barak e il tycoon Gaydamak, una sorta di Berlusconi israeliano. In questo panorama desolante, la morsa di ferro dell’esercito sui Territori Occupati si fa sempre più spietata e il meeting tra Abbas e Olmert si chiude con un nulla di fatto, ripescando però dal cappello il piano di pace della Lega Araba. Parlando con la gente per la strada, al bar, nei luoghi di lavoro, l’opinione è unanime: si tratta del periodo più difficile e drammatico nella storia dello stato ebraico, stretto tra le minacce nucleari iraniane e la corruzione dilagante in patria. Si comincia persino a far strada l’idea strampalata che il terreno fertile per la corruzione sia l’Occupazione, ed in particolare il sistema di amministrazione militare dei Territori, che da quarant’anni come un cancro infetta tutto l’apparato statale.

La fiducia nel sistema politico, nell’esercito e più in generale nelle istituzioni ha toccato il minimo storico. I recenti sondaggi non lasciano alcun dubbio al riguardo: la popolarità del premier israeliano Olmert è scesa al 3 per cento e il Ministro della Difesa Peretz, che rappresentava le speranze ormai naufragate del popolo pacifista, si attesta su un desolante 1 per cento di consensi. Ma ecco tornare in pista nomi che preferivamo non dover incontrare più: dopo anni di basso profilo in attesa del momento giusto, gli ex premier Barak e Netanyahu sono ora in testa ai sondaggi, subito davanti al leader fascistoide filorusso Lieberman. Come accadde in Italia all’inizio degli anni novanta, in questo momento di crisi si affaccia sulla scena anche l’uomo della provvidenza, nelle vesti di Arkady Gaydamak, un tycoon di origini russe. Ricercato dalla polizia francese per traffico d’armi, Gaydamak è popolarissimo in Israele dopo aver sborsato milioni di tasca propria per aiutare le famiglie del Nord durante la guerra in Libano, in aperta polemica con Olmert, il cui governo non è riuscito a proteggerle adeguatamente dai Katyusha. Gaydamak è sceso in campo, riscuotendo un discreto consenso, anche se non ha ancora deciso se schierarsi con Lieberman o Netanyahu: in ogni caso cavalcando l’ondata autoritaria che si profila all’orizzonte. 

Lo smarrimento dell’opinione pubblica israeliana è maturato dopo settimane di continui scandali. Il Presidente Katsav, sotto accusa per stupro, ha dato il via alle danze, cercando di difendersi delegittimando la polizia e la magistratura, urlando al complotto politico. Il Ministro dell’Interno Ramon, il vero artefice della vittoria elettorale di Olmert, è stato condannato per molestia sessuale e si è dovuto allontanare dalla politica, letteralmente azzoppando il governo. Il Capo della Polizia si è dovuto dimettere a sua volta, perché coinvolto in affari sporchi con un noto trafficante israeliano, che stava cercando di proteggere. Senza citare i nuovi episodi di corruzione e favoritismi che ogni settimana spuntano a carico di Olmert, su cui ormai il sistema infierisce prevedendone la caduta imminente.

L’ultima feroce polemica è destinata forse ad essere quella decisiva: riguarda le responsabilità del fallimento della guerra in Libano della scorsa estate. Al momento due diverse inchieste ufficiali stanno cercando di ricostruire le varie catene di comando, in particolare l’inchiesta dello State Comptroller Lindenstrauss sta provocando un terremoto. Lindenstrauss, dopo aver atteso invano la testimonianza di Olmert per due mesi, ha annunciato di voler rendere pubbliche le sue conclusioni senza ulteriori attese, lasciando intendere di aver riscontrato gravi responsabilità riguardo alla totale inefficienza della protezione civile e l’improvvisazione della strategia militare. L’esercito si è appellato alla Corte Suprema per bloccare l’uscita del rapporto. Olmert ha dichiarato che i piani per la guerra erano già pronti da mesi e non c’è stata nessuna improvvisazione. A questo punto è cominciato il gioco dello scaricabarile, con l’IDF che chiede come mai se il governo aveva già programmato la guerra, non li aveva avvertiti, cogliendo le forze armate di sorpresa con l’annuncio dell’attacco al Libano.

Mentre gli avvoltoi si addensano sopra la testa di Olmert, l’esercito inasprisce le operazioni in West Bank, invadendo la città di Nablus e mettendola sotto coprifuoco per cinque giorni, attaccando persino l’ospedale civile, in un’inutile esibizione di forza da parte del nuovo Capo di Stato Maggiore israeliano Ashkenazi. In questa atmosfera pesante, si è svolto domenica l’ennesimo incontro tra Olmert ed il Presidente dell’ANP Mamhoud Abbas, meeting che secondo Dahlan, l’uomo forte di Fatah a Gaza, non ha portato alcun risultato. Olmert ha ribadito che boicotterà non solo il futuro governo palestinese di unità nazionale, ma anche i membri di Fatah che siederanno in tale governo, ed ha rifiutato persino la liberazione di alcuni prigionieri malati.

La totale chiusura del governo israeliano nei confronti dell’ANP è il chiaro segnale che Olmert non ha alcuna intenzione di riprendere le trattative di pace, proprio ora che l’occhio di Bush è fisso sulla crisi irachena. Ma ancora una volta, proprio quando la situazione politica interna si aggrava improvvisamente, ecco che Olmert se ne esce con la tattica ormai collaudata degli annunci ad effetto, che lo hanno tolto dagli impicci già due volte in passato (il “convergence plan” prima delle elezioni e l’apertura al dialogo con Abbas dopo la guerra in Libano, entrambi i piani in seguito derubricati). Olmert ha annunciato ufficialmente di considerare il piano di pace della Lega Araba del 2002 come un ottimo punto di partenza per discutere con i leader regionali della soluzione del conflitto mediorientale. Il piano di pace della Lega Araba prevede il ritiro oltre la Linea Verde del ’67 da parte di Israele e una soluzione giusta del problema dei profughi palestinesi, in cambio del riconoscimento dello stato ebraico da parte di tutti i paesi arabi. Mentre il Ministro degli Esteri Livni si è dimostrata possibilista a riguardo, mettendo però in chiaro che dei profughi palestinesi non vuole sentir parlare, il premier Olmert questa volta si è spinto oltre, suggerendo l’apertura di un tavolo di trattativa forse al vertice di fine mese della Lega Araba.

La volontà di dialogo del governo israeliano è ancora una volta fortemente sospetta. Nel frattempo, infatti, il governo sta affrettando la costruzione di un nuovo grande insediamento a Gerusalemme Est e sta congelando lo smantellamento delle colonie più estreme, spingendo sempre di più sulla politica di annessione de facto di ampie parti della West Bank, con lo scopo di rendere impraticabile sul campo l’opzione dei due popoli-due Stati. Tuttavia, l’apertura ufficiale alla Lega Araba potrebbe dischiudere nuovi scenari, a prescindere dai problemi politici interni che l’hanno motivata. Nel momento in cui l’UE riprende i contatti con la Siria (Xavier Solana si recherà in visita a Damasco entro fine mese), una volta innescata la trattativa tra Israele e Lega Araba potrebbe non essere più possibile per Olmert defilarsi a metà strada come fatto sinora e, una volta imboccata l’opzione diplomatica, sarà forse costretto a portarla fino in fondo. Esito che gioverebbe prima di tutto ad Olmert stesso, che passerebbe alla storia non per una guerra disastrosa
e per il governo più corrotto, ma per i suoi successi diplomatici, come Rabin e Sharon prima di lui.

da: www.altrenotizie.org

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