Intermezzi

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Oggi entro alla seconda ora. Qualcuno della commissione orario si è mosso a pietà e mi ha lasciato dormire un’ora di più. Ho fatto presente che la Nullafacentis entra sempre alle 11 e ho commosso il cuoricino di chi mi aveva dato cinque prime ore su cinque.

Mi accoglie, col suo sorriso da tricheco, il nostro buon bidello Aristide. Sono appena le 9 e lui si sta già facendo una colazioncina da nulla: panino con la porchetta e una verdurina cotta ripassata in padella, perché, come dice lui, il panino con la porchetta da solo “allappa”.

Mi precipito in quarta W dove devo dare il cambio alla De Poppibus. Non si sente volare una mosca. La De Poppibus tiene puntato implacabilmente il suo disintegratore atomico contro gli alunni e li tiene in ostaggio stile atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco ’72. La De Poppibus, appena mi vede, abbassa l’arma, la rimette nel fodero, prende il suo registratore a cassette (perché i CD audio sono “troppo moderni”, dice lei), il suo bagaglio a mano di fotocopie e libri di testo e si avvia verso l’uscita, non prima di avermi dato un colpo di tette enorme. I suoi oggetti contundenti sono stati registrati presso il Ministero della Difesa come armi letali, e lei lo sa benissimo.

Quelli della quarta W sono dei trituratesticoli a reazione, ma non ho nemmeno il tempo per mettermi seduto ed augurare loro il buongiorno (sì, buongiorno un par de ciùfoli!) che immediatamente fa capolino dalla porta appena richiusa, il volto salvifico del nostro bidello Antenore.

“Oh, professo’…”

“Oh, Antè’…”

Splendido dialogo da teatro classico del ‘700. Vittorio Alfieri in confronto diventa una carrettata di bucce di cocomero.

“Vedi un po’ sta circolare…”

“Ma, Antenore, questa circolare non è neanche firmata. Manca anche il numero di protocollo…”

“E che ne saccio je de lu protucoll’?”

Non fa una piega. Leggo ad alta voce la circolare: “Gli alunni che devono uscire alle 14 usciranno alle 13,50”, perché anche il linguaggio burocratico può esprimersi in funzione poetica, Roman Jackobson non si era inventato niente.

La quarta W esplode in un tripudio di giubilo. Pardini urla a squarciagola “E ora vogliamo Nizza e Savoia!!”, mentre la Figoni sfodera un sorriso da copertina di Vogue, perché sa che così avrà 10 minuti in più per sbaciucchiarsi a dovere col suo fidanzo, un pezzo di Marcantonio grosso come un armadio a due ante, bocciato tre volte al rinomato Istituto “Bava Beccaris” e diplomato col minimo dei voti e un calcio nelle terga al pregiato recuperificio “Diamantis”, tre anni in uno con lo sconto comitive.

Durante la sorveglianza della ricreazione mi arriva un messaggio dalla Cervelletti, l’unica che abbia un po’ di sale in zucca in tutto questo Casamicciola. A volte a scuola si è più vicini col cellulare che nei corridoi, e questo è terribile. Ha ricevuto a sua volta dalla Petrarchini d’italiano una segnalazione sulla prima bestialità profferita dagli alunni. Pare che la Petrarchini, nel ricordare Dante Alighieri nel 700 anniversario della morte, abbia proposto la parafrasi del seguente verso della inarrivabile Commedia:

“E com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.”

Sembra che il Fantaccini della seconda X abbia alzato lesto lesto la manina e abbia proposto questa interpretazione: “E come fanno male i calli a salire e scendere le scale degli altri”.

Mi rifugiai il viso tra le mani grondanti sudore e corsi di volata tra le braccia di mia madre.