In Italia un Putin formato “esportazione” – di Carlo Benedetti

Nella tradizione russo-sovietica tutto aveva un doppione che era, allo stesso tempo, un vero “contrario”. C’era lo Stalin per l’esportazione – che abbracciava i bambini – e quello, per l’interno, delle repressioni e del gulag. C’era il Krusciov del disgelo e quello del muro di Berlino. C’era il Breznev della conferenza paneuropea e quello dell’Afghanistan. E ancora. A Mosca due monumenti a Gogol: uno con lo scrittore tragicamente pensoso e preoccupato realizzato nel periodo russo ed uno fiducioso nel futuro eretto in piena era sovietica. E si potrebbe andare avanti con questa “teoria dei doppioni”… E così si arriva ai dati più recenti. A Gorbaciov che costruisce la perestrojka ma si fa dominare dagli americani; a Eltsin che distrugge l’Urss e che poi, strada facendo, si rivela un alcolizzato che guida il Cremlino. Ed ecco Putin che esce dalla caserma del Kgb e vuol dimostrare – all’occidente – di essere un “diverso”. Ma André Glucksmann, lo smaschera sostenendo che chi è "cekista un giorno, è cekista per sempre". 

E comunque sia: eguali e contrari. Tutti doppioni. Due facce appunto: una per l’interno, una per l’esterno. E Putin non sfugge a questa tradizione. Eccolo in Italia a colloquiare con Napolitano, con Prodi, con D’Alema e con il Papa tedesco. Ma a Mosca i suoi interlocutori sono ben altri. Ecco alcuni esempi. Con il suo predecessore-presidente ha siglato un patto d’acciaio relativo a privilegi e silenzi; nella compagine ministeriale ha nominato a piacere ministri e sottosegretari rivelando l’esistenza di clan e di cordate; in politica estera ha mostrato vari volti presentandosi anche come “antiamericano”, ma in realtà estimatore del capitalismo; con il criminale Kadyrov, che opprime la Cecenia, sorseggia tazze di the e lo nomina presidente di quella tormentata regione caucasica e lo fa per difendere i suoi interessi geopolitici; brinda con gli oligarchi che affamano la Russia e che ne distruggono l’immagine; cancella accuratamente dai suoi dossier per l’export temi come le violazioni dei diritti umani e di tutte le leggi internazionali quando si parla del Caucaso. Lascia negli uffici del Cremlino quei dossier dedicati a Litvinenko e Scaramella. Dimentica i verbali di polizia che parlano delle uccisioni dei giornalisti Politkovskaja e Sofronov…. E nasconde quelle relazioni che evidenziano la rinascita del nazionalismo russo in chiave xenofoba, fascista e reazionaria.

Eppure arriva in Italia con un volto decisionista forte delle munizioni “economiche” che ha in serbo e porta con se il fior fiore dei suoi consiglieri pubblici e privati insieme con una bella squadra di esponenti di una nomenklatura che di pulito ha ben poco. E manda in onda una vacanza italiana che ha una puntata vaticana e una gita fuori porta a Bari. Tutto questo, comunque, accompagnato da alcuni cartelli di protesta (in italiano) con su scritto: “Noi siamo contro a qualsiasi tipo di Zar”…
Ma è anche vero – nonostante tutto – che Putin sfugge a definizioni nette. Può essere difficilmente “incasellato” perché ogni sua nicchia contiene qualcosa di vero. Tutti sappiamo che è l’erede di una Russia ancora in disgregazione, dove gli oligarchi – appoggiati dal Cremlino di ieri e di oggi – fanno il bello e il cattivo tempo. Certo, Putin ha ristabilito alcune norme relative al funzionamento e al prestigio dello Stato e in questo ha trovato il pieno appoggio della congiuntura internazionale del gas e del petrolio. Riuscendo, di conseguenza, a gestire una crescita economica che ha moltiplicato a dismisura i miliardari e che favorisce, nello stesso tempo, anche l’inedita formazione di una classe media.

L’incognita-Putin cresce, pur se il copione originario è lo stesso. La “sua” Russia è quella che si riconosce in una potenza emergente, che vuol vedere il suo status riconosciuto dalla comu¬nità internazionale. Ma nello stesso tempo, alla reale crescita economica (seguita dalla rinnovata capacità mi¬litare e dall’egemonia regionale) man¬ca quel prestigio di un tempo che è pur sempre un ingrediente che non va sottovalutato quando si parla di relazioni internazionali.
Da qui quella combinazione di frustrazioni che porta a vedere una Russia ancora in “lista d’attesa” pur se dopo il tracollo degli an¬ni novanta il Paese si mostra in una fase di stabile ripresa economica, controllando importanti risorse energetiche. Dotato, inoltre, di una consolidata influenza diplomatica in diverse regioni chiave, come il Medio Oriente e l’Asia centrale. Ma non è tutto oro quel che luce. Perché molte diplomazie occidentali stentano a riconoscere lo status della Russia: basti pensare, per esempio (lo hanno rilevato molti osservatori) all’imbarazzo con cui è stata vissuta la presidenza mosco¬vita del G8.
Ecco, quindi, che la “duplice” natura di Mosca (potenza nazionale ma con agganci ad altre potenze come Cina e India…) complica non poco le cose.

C’è sul tavolo delle contestazioni quel deficit di democrazia che comprende l’atteggiamento nei confronti delle opposizioni e pesa fortemente anche quel dossier ceceno. E su tutto grava quel clima da seconda guerra fredda che ha, appunto, due fronti: quello antiamericano del Cremlino e quello antirusso della Casa Bianca… Tornano i vecchi e nuovi interrogativi: Putin come salvatore della patria ex sovietica? Artefice di una democratizzazione in marcia che ha preso le mosse da una tabula rasa quanto a diritti? Esponente di spicco di una dittatura appena mascherata? Oppure “nuovo Zar” che cerca di fare il pieno prima di lasciare il trono? C’è tutto questo – è la realtà – nel bagaglio dell’agente-Putin.

I RAPPORTI ITALIA-RUSSIA. Ed eccolo in Italia a bordo della sua auto “Zil” arrivata a Roma con un volo speciale direttamente dal garage del Cremlino. Eccolo abbracciato a Prodi firmando – al Castello Svevo di Bari – accordi di grande valore. Tra questi ci sono le intese tra Alenia aeronautica e “Sukhoi” per il “Superjet 100” e a quelle tra Enel e “Rosatom”; tra le banche Intesa, Sanpaolo, Mediobanca e la moscovita “Vtb Bank”. Contratti in valigia, quindi. L’ambasciatore russo in Italia Alexei Meshko si affretta a dichiarare: “Siamo pronti a offrire condizioni favorevoli per una partnership basata sulla responsabilità reciproca del produttore e del consumatore di energia, su un’equa distribuzione dei rischi, e sullo scambio di attivi azionari nel settore energetico. Perché i contratti di forniture di gas sono prolungati fino al 2035, e Gazprom ha ora la possibilità, a partire da quest’anno, di effettuare forniture dirette di gas sul mercato italiano, che arriveranno gradualmente a 3 miliardi di metri cubi”.
Ma non c’è solo gas nel futuro. Anche l’energia elettrica diventa una direttrice importante di collaborazione. Tanto è vero che l’Enel, dopo la gestione della centrale di San Pietroburgo, sta partecipando ad alcune gare per acquisire partecipazioni in alcune principali “Genco” (società generatrici) russe, a partire da “OGK5”. Anche qui vi sono buone opportunità di operare congiuntamente sui mercati di paesi terzi.

L’INCOGNITA VATICANA. Putin ha giocato molto bene la sua carta nei confronti del mondo religioso interno, quello dell’ortodossia. Si è spostato a Bari, che è città ponte con la cultura cattolica dal momento che qui si trova la basilica san Nicola di Myra che gli ortodo
ssi venerano come loro protettore. Ha reso omaggio al tempio, si è fatto riprendere dalla sua tv con una candelina in mano (insieme a Prodi, ovviamente) e tutto con lo scopo di dire ai suoi “opponenti” della Patriarchia di Mosca: vedete come sono bravo…
Poi l’aggancio con il Vaticano per la terza volta, dopo le vi¬site del 2000 e del 2003 a Giovanni Pao¬lo II. Con Ratzinger tutto è andato avanti senza interprete. Putin è stato in Germania (allora Rdt) come “residente” del Kgb e il papa era allora un cittadino dell’altra Germania. Ora eccoli in Vaticano: Herr President, "Presidente". Hei-ligkeit, "Santità". Incontro, comunque, difficile e sul filo del rasoio. Mosca non ha voluto sbilanciarsi sui temi in contestazione: il proselitismo vaticano in Russia, i dissidi sull’uniatismo e la nascente dissidenza interna proprio sul terreno dell’ecumenismo, con una parte del clero ortodosso schierata attorno al nazionalista e integralista vescovo di Ciukotka (estremo Est), Dionide. In sintesi: visita diplomatica in vista delle nuove mosse del Patriarca di Mosca.

I VOLTI RUSSI DELL’EXPORT. Putin, comunque, non solo come Presidente, ma anche come manager, come capo-cordata. E’ arrivato in Italia con alcuni ministri, ma si è portato anche vari esponenti di una nomenklatura dell’oligarchia che vanno presi, come si dice, “con le pinze”. Tutti impegnati nell’assalto alla diligenza del potere. E tutti implicati in avventure economiche che potrebbero sfociare anche in avventure giudiziarie. Ecco, quindi, il potente Alekperov, Presidente della “Lukoil” seguito da Chelpanov, Vice direttore del “Gazpromexport”; ecco Dmitriev Presidente della “Vnesheconombank” seguito da altri grossi calibri come Semirjakov, Direttore Generale della “Trubnaja Metallugicheskaja Kompanjia” e dal boss Vekselberg, Presidente del gruppo “renosa”. Su tutti l’ombra di Evtusenskov, capo della piovra economica “Sistema”. Nomi che dovremo conoscere per comprendere quale sia il gioco reale e planetario che avviene all’ombra del Cremlino…

CECENIA E DIRITTI? Nessuno, ovviamente, ha avuto il “coraggio” di ricordare a Putin i delitti che sono commessi in Cecenia. Del resto uno dei maggiori artefici di quanto sta avvenendo in quella tormentata regione è un suo protetto… Ordine di scuderia, quindi, è quello di non disturbare il conducente. C’è stata solo una piccolissima e timida contestazione che si è svolta a Bari. A Putin, dalla strada, sono state ricordate alcune “cifre” relative alla guerra nel Caucaso: 30.000 morti, 7000 dispersi, 20.000 profughi. Putin non si è mosso di un millimetro. E chi gli era accanto ha guardato da un’altra parte. Il viaggio è finito così. Tutto tra energia, trasporti e banche. Con l’Enel che incassa sul nucleare e con Finmeccanica che volerà alto con un jet da 100 posti. Tutto il resto è noia.

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