La poesia spagnola delle origini esordisce in forme linguistiche completamente diverse dal castigliano.
Noi italiani siamo abituati a considerare il Cantico di Frate Sole o delle Creature di Francesco d’Assisi come il primo testo poetico compiuto della nostra letteratura. Poi studiamo Iacopone da Todi e la Scuola Siciliana. Eppure, le lingue di tutti questi autori, benché imbastardite dalla parlata locale (ricordate gli Altissimu, i mentovare e i se konfàno di Francesco? Per non parlare della Domna de lo me’ cori dei siciliani…) le assimiliamo all’italiano, anche se italiano non erano (Dante e gli stilnovisti erano ancora di là da venire).
Ecco, i primi testi poetici iberici, invece, erano scritti in arabo. Un arabo certamente contaminato anch’esso dal volgare. Non era certo la lingua delle quartine di Ibn Al-Qayyam, ma pur sempre di arabo si trattava.
Erano lunghi, lunghissimi componimenti di carattere didattico-moraleggiante, chiamati moaxajas (ci sono diverse ortografie e varianti, io preferisco questa).
La cosa interessante per noi, di queste opere poetiche, non è tanto la composizione in sé, quanto la sua chiusura. Gli autori inserivano alcuni brevissimi versi alla fine, detti jarchas. Non in volgare, ma in una sorta di lingua-dialetto (anche lì non si capisce bene) di carattere spiccatamente mozarabico.
Gli arabi hanno fatto solo del bene a noi europei. Se non fosse per loro oggi mangeremmo ancora cereali ed erbe amare di campo, crederemmo davvero che la terra sia piatta e faremmo i calcoli con i numeri romani.
Le jarchas, dicevamo, si discostano molto dal loro contenuto precedente. Sono poesie d’amore, ma di amore spiccatamente terreno. Nulla, dunque, a che vedere con l’immenso spiritualismo francescano di noialtri.
Qué faré yo o qué serad de mibi?
Habibi,
no te tolgas de mibi!
Si capisce poco, invero. Si riconoscono appena il pronome personale di prima persona singolare yo e l’imperativo negativo no te tolgas, che in spagnolo si costruisce ancora oggi con il congiuntivo.
Ecco la traduzione:
Cosa farò, che ne sarà di me?
Amico,
non lasciarmi.
Tre versi. Nulla di più. Ma bastano e avanzano per capire dove si vuole andare a parare.
In Italia, nella prima poesia d’amore, è il Poeta che evoca la donna. Angelicata, naturalmente, chè di amore terreno, fisico, non era dato di parlare.
In Spagna è tutto il contrario. È la donna il personaggio che dice “io”. È lei che esprime la sua nostalgia verso l’amato e lo prega di non lasciarla. Non è affatto angelicato il suo amore. È un amore vero, carnale, umano, tangibile.
E il suo amato lo chiama Habibi. Io l’ho tradotto pudicamente con amico, ma ho barato. Il termine arabo per amico” è habib’. Ma il personaggio che dice “io” lo chiama habibi, con la -i finale. È un diminutivo. O un vezzeggiativo, a seconda di come la si vede. Lo chiama “amorino”, solo che quest’ultima soluzione non mi sembrava adeguata in traduzione. Si rifà alla tradizione del Cantico dei Cantici, che, pure, è stato abbondantemente recepito nei Paesi di lingua araba.
La lingua poetica, in Spagna, durante la reggenza di Alfonso X detto il Saggio (uomo di scarse, anzi, scarsissime passione e abilità politiche ma mecenate della cultura come nessuno), passerà dalla rozza parlata mozarabica al galego-portoghese. Sarà quello l’idioma eletto per la massima espressione letteraria. Il castigliano verrà usato per le opere in prosa, soprattutto quelle a carattere legislativo e giuridico. Un esempio straordinario sarà la compilazione delle Siete partidas.
Alfonso fa comporre (ovvero manda fazer, come lui stesso dice) in versi la prima poesia spirituale in terra iberica, le Cantigas de Santa Maria, cantari in lode della Vergine. Sono i primi ex-voto che si conoscano, precursori di una letteratura miracolistica che ebbe grande séguito. Ancora oggi se ne conservano le partiture, cosa impossibile, ad esempio, per i componimenti dei trovatori provenzali.
Accanto alle opere di tipo devozionale, Alfonso fa anche comporre una serie di Cantigas de escarnho e maldizer, ovvero dei cantari di scherno e maldicenza.
Ai, velha fududancua,
que me semelhades ora mostea!
Vi-a cavalgar per ũa aldeia
e quige jurar que era mostea.
ossia
Ahi, vecchia rottincula,
che mi sembri un covone!
La vidi cavalcar per il villaggio
e volli giurare che era covone.
Ci andava giù duro con le donne il Re Saggio!
Ma la poesia d’amore ebbe lunga durata, se è vero, come è vero, che un poeta meraviglioso come Martín Codax, duecento anni più tardi riproporrà gli stessi stilemi, senza discostarsene di un millimetro:
Ondas do mar de Vigo,
se vistes meu amigo?
E ai Deus!, se verra cedo?
Ondas do mar levado,
se vistes meu amado?
E ai Deus!, se verra cedo?
e traduco:
Onde del mare di Vigo,
vedeste il mio amico?
Oh, Dio, verrà presto?
Onde del mare agitato,
vedeste il mio amato?
Oh, Dio, verrà presto?
È una lingua che assomiglia più al portoghese che al galiziano, e che creerà un vero e proprio genere, quello delle cosiddette Cantigas de amigo.
Ma mentre noi italiani ci arrovelliamo ancora il cervello per stabilire se l’indovinello veronese (Se pareba boves…) sia o no la prima espressione della nostra lingua, in Spagna la poesia tracciava già i suoi solchi. E che poesia!
Questa sezione è tratta dal libro “Il volto di Don Chisciotte” di Valerio Di Stefano