ILVA di Taranto: il lavoro vale più della morte

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Un'immagide dell'ILVA di Taranto -tratta da Lettera 43-

Io bisogna che premetta una cosa: ogni volta che qualcuno, magari indagato o inquisito, ma non necessariamente, dice “Sono sereno”, oppure “ho fiducia nell’azione dei magistrati” mi viene un brivido.

Perché alcuni magistrati, è inutile negarselo, hanno fatto svariati danni (il caso Tortora è emblematico, ma è solo la punta dell’iceberg). Forse bisognerebbe avere un po’ più di fiducia nella magistratura giudicante, ma non stiamo troppo a sottilizzare.

A Taranto c’è gente disperata che sta perdendo il lavoro per il sequestro delle strutture delle acciaierie dell’ILVA. Un sequestro preventivo arrivato troppo tardi, quando non solo i bambini non potevano più giocare nelle aree pubbliche, pena l’inalazione di polveri cancerogene, ma quando la gente moriva di cancro come le mosche e si sapeva benissimo perché.

Quando in una città si vive solo di quel tipo di lavoro, o se ne muore, è difficile capire che uno stipendio e un posto di lavoro più o meno sicuri non possono valere un ambiente o la salute di un’intera popolazione. Quindi, invece di prendersela con chi ha creato tutto questo scempio (ci sono degli indagati? Molto bene, si va e ci si costituisce parte civile nel procedimento), si potrebbe cercare di lottare per la messa a norma dell’acciaieria.

Oggi la gente blocca un’intera città perché il lavoro vale ben più della morte, ed è un comparativo di maggioranza inquietante.