Il WRTH

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Non c’era verso. Dovevo sapere.

Avete presente quando siete in preda all’entusiasmo per qualcosa (che so, la cucina siciliana, Arduino, il cinema di Nanni Moretti, lo yoga, la meccanica quantistica…) e avete bisogno di sapere TUTTO, ma proprio TUTTO sull’argomento? Ecco, a me successe la stessa cosa con la radio.

Ormai sapevo che molte emittenti di Stato, avevano un servizio per l’estero in svariate lingue. Siccome le lingue le studicchiavo (con una certa idiosincrasia per l’inglese, certo, lingua senza flessione verbale, e, quindi, nel mio immaginario, si trattava di una non-lingua), voleva avere anche la possibilità di esercitarle attraverso il mezzo che andavo via via scoprendo, e con sempre maggiore interesse.

Mi chiedevo: se ascolto Praga e Pechino in italiano, vuol dire che ci saranno altre stazioni che trasmettono in altri idiomi. Già, ma quali? E a che ora, in quale lingua, e su quali frequenze? Posso ascoltarle anch’io con la radio della nonna (mia nonna Tomassina, da parte di padre, non la nonna Angiolina della Corrida) o ho bisogno di qualche miracolo?

La soluzione c’era.

In una delle ultime trasmissioni del servizio italiano della BBC avevo appreso che esiste un volume, pubblicato annualmente, che riportava tutti i dati di cui avevo bisogno.

Si chiamava (e si chiama ancora, visto che le pubblicazioni non sono cessate) WRTH, che è l’acronimo di World Radio and Television Handbook. C’era veramente tutto quello che necessitavo. Inclusi gli indirizzi delle stazioni. Buono a sapersi.

Il guaio (guaio?) è che il libro (che i radioappassionati chiamavano la Bibbia, per l’autorevolezza dei suoi dati) veniva pubblicato in Danimarca. Costava anche qualche bel soldino. Per cui mi misi a fare ripetizioni di tedesco a una ragazzina molto intelligente ma svogliata, per potermi permettere l’agognato acquisto. La necessità aguzza l’ingegno, come si suol dire.

Una volta venuto in possesso del valsente, regolarmente percepito in nero e in lirette sonanti e ballanti, secondo il bieco principio del pochi, maledetti e subito, mi recai all’Ufficio Postale per affrontare una delle avventure più impegnative del mio nuovo donchisciottesco hobby: il vaglia postale internazionale.

Ricordo ancora che il Direttore, un uomo grande e grosso, nonché di animo buonissimo, mi chiese se fossi sicuro di quello che stavo facendo. Trasferire denaro dall’Italia alla Danimarca mica era uno scherzo! C’era da convertire la valuta locale in corone danesi e scrivere il corrispettivo in francese su un modulo di un terribile color rosa. Il francese era la lingua franca e veicolare dell’Unione Postale Universale.

Non c’era l’Unione Europea, e men che meno l’euro. Esisteva, comunque, una valuta di passaggio, l’ECU, di cui non erano disponibili banconote e monete, ma che alle poste veniva usata quotidianamente per le transazioni internazionali. Ogni giorno usciva il bollettino, affisso regolarmente nell’ufficio, in cui ti davano il controvalore in lire. E beata l’anima di Robert Schumann (l’economista, non il compositore).

Ci mettemmo un’ora e più a fare quel maledetto vaglia. Totale della spesa, inclusi gli oneri postali, 50.000 e rotte delle lire di allora. E uno sguardo assassino del Direttore, pugnalatomi in pieno petto da dietro i suoi occhialini da presbite.

Quando il libro arrivò, mi immersi nella sua lettura come se non ci fosse un domani. E’ incredibile come ci si possa immergere in una risorsa simile all’elenco del telefono. Numeri, tanti numeri. Frequenze, potenze dei trasmettitori, tutto suddiviso per nazioni e continenti. Mi sembrava fatto benissimo, non staccavo gli occhi da quelle pagine.

Una delle prime sezioni che consultai fu quella dedicata all’Italia. E sì, appresi che anche la RAI trasmetteva per l’estero in un maremagnum di idiomi, dai più ai meno diffusi, dal suo centro di emissione in onda corta a Prato Smeraldo. Mi saltò l’occhio su un particolare: trasmettevano persino in maltese. Un quarto d’ora al giorno. Quando si dice la generosità! Ero curiosissimo di sentire come suonava il maltese. Allora mi sintonizzai, ma le mie aspettative andarono ben presto deluse. Datosi che avevano una temporanea mancanza di locutori in lingua maltese, sostituivano provvisoriamente il programma previsto con una trasmissione in italiano. Quasi uguale. Bello, però. In Italia abbiamo i locutori, mica gli speaker. A distanza di tutti questi lustri, mi risulta che non vi sia ancora alcun locutore di madrelingua maltese alla RAI. Le temporaneità è un concetto molto relativo, anche nel mondo della radio.

Un’altra lingua che mi interessava era l’esperanto. Anche lì flessione verbale zero. Però mi era più simpatica del maltese. Trasmettevano nella lingua di Zamenhof Pechino, Cuba e perfino la Radio Vaticana. Mi chiedevo cosa spingesse il governo di Sua Santità o quello del Comandante Fidel Castro a spendere soldi per trasmettere in una lingua usata come veicolo di comunicazione da appena due milioni di persone nel mondo. Idealismo, probabilmente. L’esperanto è sempre stato associato a istanze libertarie ed anarcoidi. Era bello sapere che anche Giovanni Paolo II ci credeva. Anche se sentir parlare in esperanto non è che sia una delle esperienze uditive più gratificanti. Ci sono solo parole piane. Le tronche e le sdrucciole non esistono, quindi è un po’ monotono.

Ma quel libro era un pozzo di San Patrizio di informazioni. In Italia esistevano delle stazioni che trasmettevano clandestinamente sulle onde medie. Qualcuna, più azzardosa, anche sulle onde corte. Il fascino dell’illegalità era ben presente, e l’Escopost no. O, quanto meno, non ancora.

Dagli Stati Uniti era inoltre possibile ascoltare una stazione che si chiamava WYFR. Va detto che negli Stati Uniti la maggior parte delle stazioni radio non ha un nome, come da noi. Non si chiamano Radio Pinco o Radio Pallino. Hanno delle sigle. Che cominciano (quasi) tutte con W. Il resto ognuno se lo può scegliere come gli pare, se non è stato già registrato. Come le targhe delle autovetture. YFR stava per Your Family Radio. Ma che bello, una radio per famiglie che trasmetteva per l’Italia! Quanto meno consolante, ma estremamente deludente all’ascolto. Si trattava infatti di una stazione religiosa che trasmetteva letture bibliche e sermoni come raffiche di mitra ad altezza d’uomo. La redazione italiana era composta da un solo membro, un pastore protestante di origini lucchesi, che parlava un misto di toscano e inglese-americano che trovai insopportabile. Faceva tutto lui, del resto, poveraccio, e non c’era proprio necessità di fargliene una colpa. Registrava i programmi, rispondeva alle lettere, confermava i rapporti d’ascolto, ti inondava la cassetta delle lettere di opuscoletti e trattatelli, prometteva salvezza e inferno a seconda delle tue scelte, tuonava contro la pornografia, insomma, lavorava in multitasking. La traduzione della Bibbia (quella vera, intendo, non il WRTH) che usava per mandarti a friggere in tutte le padelle dell’inferno era quella storica di Giovanni Diodati, per cui le trasmissioni erano infarcite di linguaggio sei-settecentesco e si potevano udire espressioni come “allor, ognor, imperocché, in perciò sia cosa che” e così via. Vintage e inquietante al tempo stesso.

La sezione della Corea del Nord era particolarmente esigua ma molto interessante. Radio Pyongyang esisteva e io la volevo. Trasmettevano in quattro o cinque lingue, quelle principali. Al di fuori delle bande assegnate a questo tipo di servizio, perché loro erano originali. Ogni giorno riempivano l’etere con le loro sparate e le lodi sperticate al compagno Kim-Il Sung, a suo figlio Kim Jong-Il, suo successore ed erede, e a tutta la dinastia millenaria dei Kim. Scrissi anche a loro, come è ovvio, mi mandarono un librettino con un discorso di Kim-Il Sung tradotto in francese, che conteneva la terza pagina con l’effigie del Padre della Patria coperta da una intercapedine di carta velina, quasi a volerne preservare la sacralità. Poi non ne seppi più nulla. Ma so per certo che esistono ancora, anche se per sentirli bisogna un po’ ingegnarsi con l’antenna.

Quella più imponente era la sezione dedicata a Radio Mosca (oggi Voce della Russia). Il numero delle lingue in cui trasmetteva era impressionante. C’era perfino un programma in guaraní, lingua indigena dell’America Latina, un altro in quechua, altri ancora in urdu, swahili e chissà cos’altro diavolo mai. Un mio amico prete di allora, che aveva fatto il missionario in Sud America, mi disse che per perfezionare la sua conoscenza della lingua locale ascoltava Radio Mosca tutti i giorni perché parlavano un guaraní perfetto. Contento lui!

Con quel volume feci il giro del mondo in 500 pagine. L’un lito e l’altro vidi, infin la Spagna, fin nel Morrocco e l’Isola de’ Sardi… e mi veniva in mente Ulisse, il suo peregrinare, e Dante che ne scriveva in endecasillabi.

Ma il libro ormai era mio e non sarei mai più sceso a compromessi.