Il sessismo dei meme

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Le Università cercano matricole. Succede, mi sembra perfettamente normale.

Ciascuna di loro ha una propria strategia pubblicitaria per raccogliere le adesioni degli studenti neoiscritti, e anche questo mi sta bene, se non fosse che devo prendere atto del fatto che anche questa è diventata una concorrenza di libero mercato. Gli studi e il diritto all’istruzione dovrebbero essere sacrosanti e avulsi da questa logica, ma tant’è, e ognuno tira l’acqua al proprio mulino.

L’Università del Piemonte Orientale ha deciso di affidarsi nientemeno che a un meme. Parola orrenda invalsa nell’uso corrente grazie ai social e a un impoverimento linguistico ormai inarrestabile.

Un meme è una fotografia solitamente malraffazzonata, che contiene una sorta di commento. Spesso una battuta, più raramente una considerazione amareggiata.

E’ tempo di social, bellezze, nessuno può più sottrarsi alla tentazione di avere qualche “like” (unica ed autentica merce di scambio nelle dinamiche umane) in più. Nemmeno le Università, che, pure, per il loro ruolo sociale ed istituzionale, potrebbero sottrarsi benissimo da queste dinamiche.

Il meme raffigura una coppia di fidanzati, o presunti tali, che si tengono mano nella mano. Passa una bella ragazza (denominata “UPO” acronimo di Università del Piemonte Orientale) e lui (“Io che cerco il futuro”) si gira a guardarle il culo, con grande disappunto della di lui druda, denominata “altre università”.

L’iniziativa ha fatto esplodere il caos nei social, causando reazioni sdegnate che la tacciavano di sessimo. L’UPO ha ritirato immediatamente il meme, con un commento del Rettore Gian Carlo Avanzi, riportato dal quotidiano “La Stampa” in questi ultimi giorni:

«Abbiamo chiesto all’agenzia che si occupa della nostra comunicazione di adeguare le tecniche utilizzate sui social media per avvicinare le nuove generazioni. È stato dunque proposto di utilizzare anche dei meme, cioè vignette di natura umoristica, spesso dissacratori, frutto di rielaborazione di altri contenuti di tendenza nel web. Quello di cui si parla è tra i più usati e replicati su Internet e gode di grande notorietà nel pubblico giovanile».

Quindi, la foto in questione sarebbe “di tendenza”, una delle più usate in Internet e godrebbe, vieppiù, “di grande notorietà nel pubblico giovanile”.

Cioè, il pubblico giovanile dei social terrebbe in grande considerazione una fotografia in cui un ragazzo che passeggia con la sua fidanzata si volta per guardare il culo di un’altra ragazza che passa. Ignoro, personalmente, che cosa pensino le docenti di quell’ateneo dell’iniziativa, spero vivamente che ce ne sia qualcuna indignata, ma il pubblico reagisce, tra l’altro, così:

«Questo è un post che mi potrei aspettare dal mio amico delle medie, non da un* social media manager di un’università»

«Agghiacciante! Con la seria aggravante che è emesso da un ente pubblico per l’istruzione»

«Sono amareggiata nel leggere sulla vostra pagina questo tipo di meme, spero vivamente sia un fake, sopratutto in questi giorni dove tutto il mondo ha occhi e orecchi pieni di attenzione e sgomento per le varie condizioni femminili»

Questo tanto per dare l’idea di quanto il pubblico abbia gradito l’iniziativa, e del favore che incontra presso i più giovani questo tipo di rappresentazioni iconografiche.

Dopo i chiarimenti, le scuse di Avanzi:

«Se la vignetta ha offeso qualcuno, UPO se ne dispiace e, in futuro, terrà conto anche dei punti di vista e delle sensibilità che in questa occasione si sono espresse in senso contrario al meme. UPO non rinuncia, peraltro, a considerare la leggerezza come un elemento fondante della natura umana».

Non mi pare che la vignetta possa aver offeso “qualcuno”. Era un’offesa in sé. Conteneva “in nuce” una carica denigratoria che travalicava l’intento umoristico. La leggerezza? Cosa c’entra la leggerezza con tutto questo? Mi pare proprio, al contrario, di ravvisare in questa rappresentazione iconografica una pesantezza innecessaria e ingiustificata che NON E’, questa no, “un elemento fondante della natura umana”. Da che mondo è mondo l’umorismo e l’ironia costituiscono il ridere CON gli altri, non certo il ridere DEGLI altri. Io posso fare diecimila battute e tutte perfettamente riuscite, se tutti ridono. Ma se qualcuno non ride, anzi, si sente indignato dalla grevità del mio discorrere, quella non è più leggerezza. E’ un segno sovrasegmentale che non giova a nessuno, anzi, danneggia una sensibilità.

Sono personalmente sollevato dal fatto che questo contenuto di gusto quanto meno discutibile sia stato cancellato. Ma purtroppo il web è impietoso e ha la memoria lunga: tutto si crea, nulla si distrugge, e la moltiplicazione dei contenuti sta ad indicarlo perfettamente.

Certo, non è stata esattamente una affermazione di stile cadere a piene mani nel linguaggio e nelle tendenze dei social, unica ambizione personale e istituzionale. Ma gli conviene?