Il senso di Paolo Attivissimo per il diritto penale

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Paolo Attivissimo è ‘nu bravo guaglione. Scrive di spazio, di informatica, dà la caccia alle bufale, vede i defunti, incontra gli studenti nelle scuole, scrive manualetti per diventare debunker ad uso degli studenti e dei docenti (che, altrimenti, senza il suo aiuto, non saprebbero che cosa fare), realizza trasmissioni radiofoniche, partecipa a conferenze, ma non ha il benché minimo senso del diritto. Anzi, a sentir lui, ci sarebbe di che andare in galera per il solo fatto di avere una connessione internet.

In un suo recente articolo sulla annosa questione della privacy dei messaggi inviati tramite WhatsApp (in cui, peraltro, non fa che ripetere cose trite e ritrite) scrive:

“(…) bastano i metadati per dimostrare che avete comunicato via WhatsApp con una persona sospettata di reato: spetterà poi a voi spiegare come mai avete comunicato e di cosa avete parlato.”

Non vi preoccupate, non è vero niente. Intanto non mi risulta costituisca un illecito penale il semplice comunicare con persone sospettate di reato o anche indagate dalla magistratura. La libertà di corrispondenza esiste anche per i detenuti, figuriamoci per chi non ha fatto nulla. Nessuno di noi è tenuto a sapere se il proprio corrispondente è indagato o, semplicemente, sospettato di reato. L’importante è che il contenuto della comunicazione non costituisca reato a sua volta. Perché se scrivete “Mi porti un grammo di Maria” siete dei coglioni, ma se scrivete “Ciao, come stai?” non avete nulla da temere. Ma, soprattutto, non siete VOI che dovete dimostrare di non avere nulla a che fare con eventuali accuse, formali o informali che siano, ma è l’accusa che deve dimostrare che voi avete commesso un reato. Non si può capovolgere lo Stato di diritto: tu mi accusi, tu devi cercare le prove, io mi difendo. E’ così che funziona.

Poi c’è gente che è stata truffata in un acquisto on line e gli scrive (perché scrivono a lui, non si rivolgono mica alla magistratura, alle Forze dell’Ordine, agli avvocati, no, scrivono a lui) per avere indicazioni su come comportarsi. Lui risponde così:

“La polizia interviene raramente in casi come questi perché il costo ai contribuenti di un’indagine di questo tipo (oltretutto probabilmente infruttuosa) sarebbe largamente superiore all’importo sottratto. E andare da un avvocato per promuovere un’azione legale sarebbe molto più costoso della somma che le è stata tolta.”

E’ una visione assolutamente distorta e atipica di come vanno le cose: la polizia e le Forze dell’Ordine DEVONO indagare, perché in Italia l’azione penale è obbligatoria. Basta che ci sia una denuncia da parte del cittadino vittima di reato. La polizia non può guardare il valore venale della truffa e calcolare poi se agire in base a quanto costerebbe quell’operazione al contribuente. Succederebbe solo che se una persona con un’arma giocattolo (rapina a mano armata) portasse via un cioccolatino da un bar, quel reato non sarebbe perseguito perché la cosa rapinata è di tenue valore rispetto al costo per la collettività, mentre se una persona disarmata ruba (furto) un diamante la polizia si darebbe da fare, pur perseguendo un reato di gravità nettamente inferiore rispetto al primo.

Poche idee ma ben confuse. Ma gli conviene?