Il “rating reputazionale” e l’asterisco

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Fino a trenta minuti fa, giuro che non sapevo minimamente cosa fosse il rating reputazionale.

Poi ho ricevuto un link su Telegram, da parte del Garante della Privacy, con cui sono in stretto e quotidiano contatto, e mi si è aperto un mondo. Un mondo inquietante, devo dire.

Il fatto: il Garante della Privacy ha interpellato una Onlus, sulla base di alcune notizie di stampa, chiedendole “di far pervenire entro 30 giorni ogni informazione utile alla valutazione del trattamento di dati effettuato.

E, inoltre, “Secondo notizie di stampa l’Associazione avrebbe promosso il Progetto (Omissis) per sperimentare, nei confronti degli studenti, il rating “reputazionale” elaborato sulla base di algoritmi dalla Piattaforma Mevaluate. Al progetto avrebbe aderito un istituto di istruzione superiore.

Allora sono andato sul sito della Onlus per vedere che cosa sia questo “rating reputazionale”.

Leggo: “il Rating Reputazionale in maniera oggettiva misura la reputazione a 360 gradi di imprese, enti e individui e aumenta la sicurezza collettiva. Fa questo grazie a un algoritmo proprietario che prende in considerazione solamente le informazioni presenti in documenti e certificati.

E poi: “Il Rating Reputazionale è indipendente, perché non influenzato da alcun gruppo o potere, incorruttibile, perché frutto di un calcolo, certo, perché derivato unicamente da documenti originali prodotti dagli interessati (nessun problema di privacy), infallibile, perché determinato dall’algoritmo, dinamico, perché aggiornato in tempo reale (entro 30 giorni dal fatto che ne determina il possibile cambiamento), autorevole, perché ispirato dal Codice della Reputazione Universale sul modello della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo promossa dalle Nazioni Unite, che definisce i principi etici e regolamentari su cui si fonda il Codice, e validato dal Comitato Etico Mondiale che presidia la coerenza del rating con i principi etici del Codice e ne garantisce affidabilità e uniformità a livello internazionale attraverso specifiche note-paese, verificabile, perché sottoposto a “controllo pubblico diffuso”.

In breve, la reputazione di un cittadino può, in teoria, essere valutata da un algoritmo sulla base di certificati e documenti autentici e il suo risultato, frutto di un calcolo, può essere incorruttibile.

Il “Rating Reputazionale Digitalizzato, Documentato e Tracciabile è un codice composto da 5 sezioni, che permette sia analisi e classificazioni sintetiche, sia di avere informazioni dettagliate su onestà, abilità, competenze e meriti di una controparte, sia fisica che giuridica.

La pagina riporta l’esempio immaginario del caso del signor Rossi: il signor Rossi ha un rating di A-A-A-45-55, ma riceve una cartella esattoriale di cui vuole contestare il contenuto. Una cartella esattoriale, non un avviso di garanzia (ma anche di quelli parlerò dopo). Riceve un Rating di A-A*-A-45-55. Cioè, la seconda A assume un asterisco. Vuol dire che il signor Rossi ha una pendenza (che chi legge può anche interpretare come giudiziaria) in corso, per il SOLO fatto di aver contestato una cartella esattoriale.

Se perde il ricorso e non paga, il suo Rating si abbasserà a A-B-A-45-55 (magari non paga perché intende ricorrere a un grado di giudizio diverso o superiore).

Se vince il ricorso, o lo perde pagando il dovuto, ma anche addirittura se non lo presenta (cioè se non esercita il suo sacrosanto diritto di contestare la cartella) e paga, il suo Rating sarà di nuovo A-A-A-45-55.

Essere sottoposti a un algoritmo, altrove nella pagina definito “umano” è semplicemente spaventoso. Anche per il solo fatto che non esistono algoritmi “umani”.

Leggo ancora: “Nel caso di carichi pendenti la lettera «A» è contrassegnata da un asterisco e la relativa query dettagliata (D-QU) mostra i certificati con i provvedimenti non definitivi. Insomma, avvisi di garanzia e sentenze appellabili non modificano il rating reputazionale e restituiscono dignità all’imputato/convenuto in giudizio.”

Ma è un controsenso! Da una parte si mostrano i certificati relativi ai carichi pendenti di un determinato soggetto mediante “query” (visibili a chi? All’interessato? Al popolo? Non è chiarito.), dall’altra si afferma che quel soggetto è comunque tutelato nella sua dignità di indagato (e, quindi, non necessariamente di imputato). E l’uomo della strada che vede l’asterisco? Il datore di lavoro che deve assumere un determinato soggetto e se lo vede asteriscato? Penseranno che quel soggetto qualcosa avrà di sicuro. Non è che vanno a vedere se si tratta di un procedimento penale (che potrebbe risolversi anche con un decreto di archiviazione o una sentenza di assoluzione nel merito a seguito di dibattimento) o del fatto che, si veda il caso, ha fatto ricorso per la maledetta cartella esattoriale o, si veda il caso, un analogo ricorso per una violazione del codice della strada.

L’asterisco, per chi legge, non costituisce altro che lo stigma, il segno, il marchio, la lettera scarlatta di cui parlava Hawthorne. Del resto, come dice la gente, può darsi che tu sia la persona più onesta del mondo, e financo che tu abbia ragione. Però intanto questo è un fatto.

E poniamo il caso di un condannato con sentenza definitiva passata in giudicato. Magari per fatti minori, di quelli in cui si applica una pena minima, la sospensione condizionale della pena e tutti i benefici di legge. Il soggetto si è preso la sua condanna (meritata o no) e da allora si è rifatto una vita. Riga dritto, si è fatto una famiglia, lavora, nessuna condanna successiva.

Mi risulta che l’irrogazione della pena e la sua eventuale espiazione, debba servire alla riabilitazione del condannato. E uno che fa? Magari per una sentenza di condanna vecchia di 10 anni, si ritrova un valore B sulla colonnina del penale A VITA? E se ha chiesto (e, magari, ottenuto) la riabilitazione? Il Rating tiene conto anche di questo?

E chi è più onesto e affidabile, il povero disgraziato che è stato beccato con uno spinello di troppo, si è difeso in giudizio ed è stato condannato una sola volta, o chi ha patteggiato magari tre volte, ma non ha nessuna sentenza riportata sul casellario ad uso dei privati, e non è tenuto nemmeno ad autocertificare i suoi trascorsi giudiziari alla pubblica amministrazione?

E, infine, uno dei descrittori del Rating è «studi e formazione». In base all'”algoritmo umano”, a parità delle altre valutazioni e condizioni, ho più reputazione io, che ho una laurea, di mio nonno Armando che, poverino, aveva solo la seconda elementare ma si ritirava nel suo stanzino, accendeva il fuoco, leggeva di storia e sapeva dell’attentato a Umberto I meglio di me?

E’ il potere dell’algoritmo. E’ ciò che è incorruttibile. Frutto di calcolo.

E ha fatto bene, anzi, molto bene, il Garante della Privacy a volerci vedere chiaro. Soprattutto se il trattamento dei dati riguarda dei minori. Cosa vogliono sapere da un minore, se ha rubato la merendina al compagno di banco? Seguirò la vicenda e ne renderò conto. Ma attenti agli asterischi!

Qui di seguito il testo del comunicato del Garante della Privacy:

Il Garante per la protezione dei dati personali ha inviato una richiesta di informazioni all’Associazione (Omissis) che opera nel settore del rating “reputazionale”.

Secondo notizie di stampa l’Associazione avrebbe promosso il Progetto (Omissis) per sperimentare, nei confronti degli studenti, il rating “reputazionale” elaborato sulla base di algoritmi dalla Piattaforma Mevaluate. Al progetto avrebbe aderito un istituto di istruzione superiore.

Il Garante, considerata la delicatezza del progetto che si rivolge a soggetti particolarmente vulnerabili (studenti e minori), ha chiesto all’Associazione di far pervenire entro 30 giorni ogni informazione utile alla valutazione del trattamento di dati effettuato.

L’Associazione dovrà comunicare, in particolare, il funzionamento della piattaforma e della connessa banca dati al fine di consentire all’Autorità di valutare l’impatto dell’uso degli algoritmi e gli effetti che essi possono determinare sugli studenti, nonché le misure eventualmente adottate a loro tutela.

Roma, 3 maggio 2022

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