Il processo penale telematico mi fa paura

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Non so a voi, ma a me questa telematizzazione e informatizzatione del processo, soprattutto del processo penale, fa un po’ paura.

Non parlo da indagato dal Tribunale di Roma (non lo sono ancora ufficialmente, e sono già passati oltre due anni dalla data di pubblicazione dell’articolo “incriminato”, che, comunque, resta sempre a disposizione di chi voglia leggerlo, non essendo stato emesso alcun provvedimento di sequestro in proposito), ma da cittadino.

Nel procedimento penale l’onere della prova è a carico dell’accusa, e la prova provata della colpevolezza o dell’innocenza di un imputato si forma nel contraddittorio tra le parti, un contraddittorio che non può non essere personale, fisico, in presenza, o, come amano dire i giuristi, “de visu”.

Se il pubblico ministero mi interroga io rispondo al giudice contestando le accuse. E’ un batti e ribatti, voglio vedere in faccia chi mi accusa, e rispondere alle domande della parte lesa, dell’accusa e della difesa. Se l’accusa fa una domanda per cui una delle parti propone opposizione, la decisione del giudice deve essere immediata (ritiri la domanda, la riformuli, l’imputato risponda o non risponda), non si può cristallizzare un interrogatorio in un filmato acquisito.

E poi i software utilizzati per questa tipologia di pratiche devono essere trasparenti, rigorosamente a sorgente aperta (open source) e non acquisiti, gestiti o usufruiti da piattaforme proprietarie (ce lo vedete voi un processo fatto in Google Meet?? Farebbe ridere i polli), che, ben che vada, dovrebbero rispondere del loro operato negli Stati Uniti, e non alla legge italiana.

Quella del processo telematico è una serpe che si insinua in seno alla giustizia. Non si tratta di fare lezioni on line, non si tratta di tamponare un’emergenza (come quella scolastica), si tratta dei diritti di cittadini che, fino a prova contraria, sono tutti uguali di fronte alla legge.

E quando mi si toccano i diritti fondamentali io divento particolarmente suscettibile.

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