Il primo giorno d’iscuola

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Il primo giorno di scuola non piove mai. Come quando ci sono le elezioni, cantava Gaber.

Te ne esci bel bello con la tua polo gialla, i pantaloni stirati di fresco, un sonno della Madonna e tanta, tanta voglia di fare. Di fare cosa non lo sai, ma almeno ne hai voglia. E i buoni propositi ti accompagnano durante il breve ma significativo tragitto da casa tua a scuola. Devi fare solo attenzione alla vecchietta che ti prima mattina attraversa la strada davanti all’ingresso del cimitero, ché se la tiri sotto fai direttamente dal produttore al consumatore e viceversa.

Quando arrivi la scuola dorme ancora. A parte la De Estremitatis che è già lì, appoggiata al muretto e guarda in basso, sempre verso i suoi piedi (che devono essere meravigliosi ai suoi occhi) raccolti in un paio di sandalini bassi. Oramai si è saputo: il marito si è fatto la ganza, la morosa, la squinzia, sì, insomma, l’amante, e per lei venire a scuola è un mezzo sollievo, almeno non pensa, si distrae, vede qualcuno e pazienza se non si è fatta la pedicure stamattina.

Io ho le prime quattro ore. La prima comincia alle 8,10, prestuccio assai. Sono le 7,50 e c’è già il primo assembramento sulle scale. Deve compiersi il sacro rituale del controllo del green pass, ma pare che fino alle 8 non ci facciano entrare. Ferree disposizioni papali. Ubi maior minor cessat, e così, mentre il sommo sacerdote si appresta ad armeggiare il turibolo con cui verificare chi siano gli unti dal Signore che potranno accedere al Tempio (“tu sei sacerdote in eterno, al modo di Melchisedech”, recitava il Salmista), c’è chi chiacchiera, chi si fa un selfie, chi si rimette a posto il trucco, chi cerca inutilmente di armeggiare col cellulare per installare una applicazione perché “Sai com’è, caro collega, io e la tecnologia siamo due binari opposti”, cazzo ci viene a fare a scuola allora, se non sa nemmeno scaricarsi un’applicazione del cavolo? Chiamali misteri della vita.

La Porta Santa si apre alle 8 in punto. Il sommo sacerdote ci annunzia subito che l’applicazione del Ministero non c’è, e che dovremo passare uno per uno per farci imporre il Crisma col quale accedere alla casa del Signore, mostrando la dimostrazione del nostro essere degni di tutto ciò. Come il cammino di Santiago de Compostela, insomma. Qualcuno vocifera che chi riesce a passare il controllo del green pass avrà indulgenza plenaria e remissione perpetua dei peccati, raggiungendo subito le 40 ore necessarie per essere esentati dalla partecipazione ai collegi docenti.

La prima ora è a disposizione. In genere si dà un’ora a disposizione per sostituire qualche collega assente, ma chi è che si ammala il primo giorno? Per cui chi è a disposizione deve aspettare in sala insegnanti. La capienza massima è di tre persone e ci si riversano dentro in venti, alla faccia del Covid e della sua reverenda madre.

L’orario per me prevede tre giorni filati con quattro ore di lezione dalla prima ora. La professoressa Nullafacentis, invece, entra alle 11 e ha solo tre ore, due delle quali a disposizione, perché se no si stanca. E’ stata nominata coordinatrice di classe, ma ha rifiutato perché è troppo stress.

L’ora a disposizione si consuma lentamente come una candela dallo stoppino troppo doppio, tra saluti, inchini, riverenze e salamelecchi vari. Poi arriva il momento di conoscere i TUOI nuovi alunni delle TUE nuove classi.

Quest’anno avrò la classe prima della sezione zeta. Sono 23, alla faccia delle classi pollaio. La prima sensazione che ti prende entrando in aula riguarda gli odori. Sono appena due ore che se ne stanno lì senza muoversi dai banchi e già ti assale un effluvio di ormoni che Santa Madre de Dios de la Virgen de Guadalupe! Non sono sporchi, la sporcizia la riconosci, sa di felpe sudate dopo l’ora di scienze motorie, di scarpe da ginnastica imputridite e di micidiali ascelle da combattimento, no, questo è proprio un odore diverso, e sai che non glielo toglierai di dosso finché non avranno compiuto 18 anni. Quello degli ormoni è un odore come la musica ribelle: ti entra nelle ossa, ti entra nella pelle.

C’è un alunno che si chiama Corbelli che mostra già di volersi mettere a rompere i coglioni a prima mattina. Sul banco non sta mai fermo, ride, disturba, fa le battutine da sborone, e soprattuto molesta assai la Bonetti, la più carina della classe, che non se lo fila manco di pezza, perché la Bonetti ha il morosetto e figuriamoci se pensa al Corbelli! Nel sedersi al suo posto il Corbelli dà una craniata contro il muro e ben gli sta. Ma ride, ride e continua a ridere. Sembra Franti del libro “Cuore”. Ma per fortuna la campanella del “finis” mi salva mentre mi costringe all’angolo a parare i suoi colpi bassi.

Alla fine delle mie quattro ore saluto la professoressa De Bonis. E’ sempre più carina e sempre più alta e robusta. Porta il 44 di piede e se ti dà un calcio ti butta direttamente in calcio d’angolo, te e l’anima santa dei tuoi miliori.

All’uscita mi attendeva l’anima buona di mia madre, nelle cui braccia mi rifugiai senza timore, sì, ma il Corbelli quest’anno lo stronco, verodìo se lo stronco!