Il peccato di Adamo

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E’ inutile, non c’è più decoro, Dio o chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare.

L’adamitico ha di nuovo intinto il pennino nel curaro e un certo tipo di stampa locale gli ha dato udienza e replicato le sue esternazioni, di modo che ciascheduno di nojaltri possa averne debita contezza. Come se si trattasse di una cosa importante.

Stavolta, in un articolo intitolato “La Pasqua muta dei webeti cafoni”, il Nostro continua a prendersela con il popolino del web, reo, a suo dire, di avere infangato i social con opinioni garantiste e qualche trascurabile e isolato sbrodeghezzo, quando si è parlato della messa al pubblico ludibrio del ginecologo teramano indagato e arrestato, e non aver detto nulla, ma proprio nulla, quando la stessa stampa ha parlato, sempre facendo nomi e cognomi (perché i vizi non si perdono MAI), dell’arresto di un Colonnello dei Carabinieri con l’accusa di associazione per delinque di stampo mafioso e rivelazione del segreto di ufficio.

In nuce, il “conquibus” sta tutto lì. Segue, questo è vero, una analisi un po’ arrampicata sugli specchi che punta maldestramente sul sociologico, ma non vi voglio assillare facendole le pulci, quello che conta è che certa stampa ha riportato la notizia, nessuno se l’è filata, e allora Ish (non vi spaventate, è solo il nome ebraico del primo uomo), evidentemente sentendosi ferito nell’orgoglio e punto nell’intimo, ha ritenuto opportuno prendersela con gli utenti dei social che hanno, giustamente, ignorato l’informazione, e hanno evitato di dargli addosso, seppellendolo in una fossa di due metri di indifferenza.

L’articolo lo trovate qui (lo ripubblico, salvandolo in copia permanente, per non dare clic alla testata):

https://archive.is/LQ8Wj

Il giochino è vecchio come il Cucco. Si tira il sasso, si guarda cosa succede, e poi si ritira sveltamente la mano. Nel caso qualcuno avesse a lamentarsi, gli si punta il dito contro e gli si dice “sei stato tu”. Oppure quello stesso dito lo si fa frullare in aria, roteandolo di buona lena, come per dire “io non sono stato, vedi un po’ tu…” Son giochi che facevo quando avevo l’età di bimbo, che ebbi breve.

Poi ci sono loro, i “webeti”. Adamo ne fa anche una breve ma impietosa disamina definendoli

“marginali, persone che cercano nel cestone dei saldi della visibilità sui social, quello scampolo di dignità di esistenza, che li affranchi da una esistenza senza dignità.”

E, naturalmente, ce n’è per tutti:

“C’è anche chi invoca la “par condicio” pretendendo la pubblicazione del nome della ragazza. E il collettivo parafemminista che parla di “presunto colpevole”, sovvertendo millenni di cultura giuridica. C’è anche il blogger sfigato, che si perde in sgrammaticate analisi pseudosociologiche. Il popolo webete è multiforme e variegato.”

Ora, indovinate un po’ chi sarebbe il blogger “sfigato” e “sgrammaticato” in questione? Ora, sulle offese del giornalista a questa umile personcina che vi scrive c’è già chi se ne occupa. E non è il caso di parlarne qui. Quanto, invece, allo “sgrammaticato”, quando prenderà una laurea in lingue e letterature straniere (ma anche in lettere va benissimo), parleremo di errori grammaticali e di grammatica generativo-trasformazionale (sono certo che Adamo la inzuppi nel caffellatte al mattino!), prima no.

Quanto invece al sovvertimento di “millenni” di cultura giuridica sull’indicazione del “presunto colpevole”, c’è solo da dire che non è il collettivo (per quanto “parafemminista” possa essere) ad aver lanciato il fiero pasto nella bocca dei leoni da tastiera, ma lui stesso, anzi, per meglio dire, il suo giornale (non sia mai che io voglia insinuare che le figure del giornalista che ha riportato la notizia e di Adamo coincidono, no, non me lo perdonerei mai, e come si fa anche solo a pensarla una cosa del genere??). Si torna al giochino di prima: si fanno nomi e cognomi e, poi, quando l’opinione pubblica si indigna, ci se la prende con un collettivo reo solo di aver male interpretato la posizione giuridica dell’indagato. Che è, appunto, indagato, e non “presunto colpevole”. Ma certo, vàglielo a spiegare a quelle! Ma al giornalista, grazie al cielo, non bisogna spiegare nulla. Non perché egli non possa e non abbia molte cose da imparare (come tutti) ma perché ormai il disastro lo aveva già fatto. Il giocattolino gli si è rotto in mano e ormai non c’è più verso di ripararlo. Comm’è ‘o fatto, comm’è ‘gghiuto, Ciccio, ‘Ntuono, Peppe o ‘Ncire, il vaso è rotto e più non si ripara.

Nessuno a difendere “l’alto ufficiale dei Carabinieri”? Ma certo che no, la gente non è mica scema, ha visto a che gioco si giocava e alla fine ha preferito non giocare più. Si chiama “non dargli corda”. Ha esercitato il proprio sacrosanto diritto alla disconnessione, e ha fatto rotolare l’emorme pietra sepolcrale dopo aver avvolto la notizia nel pietoso sudario del silenzio. Ci penseranno i magistrati, è loro compito. Alla stampa solo il dovere di dare una notizia. Ecco, l’hanno data, adesso cosa si aspettano, anche gli insulti?

Il Nostro termina con una facile profezia di puro stampo veterotestamentario. Dove saranno i leoni da tastiera, i blogger sfigati e sgrammaticati, i collettivi parafemministi quando tutto questo giungerà al termine? Eccoli, saranno

“a vomitare altri insulti contro i giornalisti, quando in un tribunale (vero, non virtuale) un magistrato (vero, non laureato su internet) deciderà se il ginecologo primario e il colonnello siano colpevoli o innocenti.”

Ora, con la modestia che mi contraddistingue, faccio semplicemente notare che non sono i magistrati a dover decidere sulla colpevolezza o l’innocenza di un indagato, ma i giudici. Ci mancherebbe anche altro che un magistrato, che se non sbaglio (e non sbaglio!) costituisce SOLO UNA delle parti in causa in un procedimento penale, si mettesse a giudicare. Esiste la funzione inquirente e quella giudicante. Se no il puzzle non torna e non tornerebbe mai. Ma vàglielo a spiegare!