Il nuovo governo palestinese rompe l’isolamento internazionale – di Elle Emme

Dopo un anno di scontri fratricidi e centinaia di vittime, che avevano portato i Territori Occupati sull’orlo della guerra civile, sabato pomeriggio si è insediato ufficialmente il nuovo governo palestinese di unità nazionale. Questo storico traguardo arriva un mese dopo l’intervento del re saudita, che con i suoi petrodollari ha spinto Hamas e Fatah a deporre le armi e siglare un accordo alla Mecca. Alcuni paesi occidentali, tra cui Russia e Norvegia, hanno già riconosciuto il nuovo governo, mentre l’Unione Europea e gli USA sono comunque orientati ad attivare contatti con il nuovo ministro delle finanze, mossa che potrebbe portare alla rimozione dell’embargo economico che da un anno ormai sta strangolando i Territori Occupati. La reazione israeliana, al contrario, chiude tutte le porte al dialogo col nuovo governo. Ma presto Israele potrebbe trovarsi isolato in questo rifiuto unilaterale al confronto.

Con una videoconferenza tra Gaza City e Ramallah (metà governo è confinato nella Striscia, metà nella West Bank), il parlamento palestinese sabato ha votato quasi all’unanimità la fiducia al nuovo governo. Dei centotrenta parlamentari, tuttavia, solamente ottanta erano presenti, mentre una quarantina è ancora ospite delle carceri israeliane, da quando l’IDF li ha sequestrati l’estate scorsa come ritorsione per il rapimento del caporale israeliano Shalit. Tutte le forze politiche palestinesi, eccetto la Jihad, sono rappresentate nel governo: la parte del leone spetta ad Hamas e Fatah, mentre i posti chiave degli Interni, delle Finanze e degli Esteri sono stati assegnati a ministri indipendenti e di partiti minori, col duplice risultato di superare i veti incrociati e strizzare l’occhio ai paesi occidentali. Lo scoglio più difficile da superare nelle trattative tra Abbas e Haniyeh è stato il ministero dell’Interno, assegnato ad un indipendente, che dovrà riorganizzare le forze di sicurezza, fino a pochi giorni fa impegnate in continue faide tra clan rivali. Il programma ufficiale del nuovo governo (in inglese sul sito http://www.maannews.net/en/index.php?opr=ShowDetails&ID=20360) sancisce il rispetto degli accordi firmati dall’OLP, chiede che si trovi una “giusta soluzione” per il ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione dell’ONU 194 e si impegna per il rilascio del caporale israeliano Shalit, all’interno di un’accordo per uno scambio di prigionieri.

Nel discorso inaugurale, il premier Haniyeh ha ribadito che “la resistenza popolare contro la continua aggressione israeliana è un diritto legittimo, stabilito dai trattati internazionali”, ma allo stesso tempo il governo lavorerà per ampliare la tregua con Israele. Il Presidente dell’ANP Abbas ha salutato con gioia il nuovo governo che “pone fine ad un triste periodo di scontri” e ha dichiarato che “in questa storica occasione il popolo palestinese protende le mani in pace verso Israele,” e si impegna per raggiungere l’obiettivo di uno stato palestinese entro i confini del ’67 e con Gerusalemme capitale. Il popolare leader di Fatah Marwan Barghouti, che sta scontando una condanna a vita nelle carceri israeliane, ma potrebbe essere liberato proprio nello scambio con Shalit, ha salutato il nuovo governo prefigurando una manifestazione di un milione di persone nei Territori e nei campi profughi, per segnare il tragico quarantennale dell’Occupazione, la più lunga della storia moderna.

Il varo del nuovo governo palestinese sta aprendo le porte a nuovi scenari in Medioriente. In primo luogo, il fronte compatto dell’embargo occidentale contro l’ANP, fortemente voluto da Israele e Stati Uniti per isolare Hamas, ha cominciato a sgretolarsi. Norvegia e Russia, quest’ultima pese membro del Quartetto, hanno fin da subito riconosciuto il governo, riallacciando normali relazioni diplomatiche. Mentre Parigi ha invitato il neoministro degli Esteri in visita ufficiale, la Gran Bretagna ha inaspettatamente aperto a contatti con i ministri non appertenenti ad Hamas. Quest’ultima mossa, seguita da un analogo annuncio dell’amministrazione Bush, fa sperare in una possibile rimozione dell’embargo e nella ripresa dei finanziamenti internazionali all’ANP, bloccati ormai da più di un anno. I soldi dovrebbero infatti passare per le casse del Ministro delle Finanze Salam Fayyad, un economista in buoni rapporti con le cancellerie occidentali. Condoleezza Rice è attesa in Palestina entro dieci giorni al massimo, per prendere atto di persona delle nuove posizioni palestinesi, alla vigilia del cruciale vertice della Lega Araba di fine Marzo, che dovrebbe promuovere una riedizione del piano di pace saudita del 2002.

L’unica reazione scomposta all’insediamento del nuovo governo palestinese è stata quella israeliana. Nei giorni scorsi, prima ancora che venisse reso noto il programma del nuovo governo, il premier israeliano Olmert ha dichiarato tale governo un “grave passo indietro”, poiché non si adegua alle tre condizioni poste dal Quartetto, ovvero il riconoscimento esplicito del diritto all’esistenza dello Stato ebraico, il rispetto dei trattati firmati dall’OLP e la rinuncia al terrorismo. In risposta al discorso di insediamento di Haniyeh, che ricordava come la resistenza sia un diritto legittimo del popolo palestinese, Olmert ha tagliato corto commentando che “la resistenza è terrorismo” e invitando tutti i paesi occidentali a non abbassare la guardia contro il nuovo governo, che non è altro che un paravento per le forze di Hamas. Il vicepremier Lieberman ritiene a sua volta necessaria una coalizione di tutti i partiti sionisti per contrastare la “dichiarazione di guerra” del nuovo governo palestinese. Nei Territori Occupati, l’esercito israeliano ha pensato di dare il benvenuto al nuovo governo palestinese invadendo per la seconda volta in un mese la città palestinese di Nablus, in West Bank, proprio mentre è stata aperta un’inchiesta sull’uso di bambini come scudi umani da parte di soldati dell’IDF, nella precedente operazione militare a Nablus.

Le risorse diplomatiche israeliane, in questo muro contro muro contro l’ANP, potrebbero ben presto esaurirsi, come testimonia anche il nuovo e diverso atteggiamento occidentale. Il passaggio cruciale sarà il vertice della Lega Araba di fine mese. Mentre i palestinesi si presenteranno uniti, per la prima volta nella storia, con una piattaforma comune ad Hamas e Fatah, sostenuta unanimemente da tutti i paesi arabi, Israele si sta rinchiudendo in un angolo, confidando nella propria superiorità militare e sulla situazione de facto nei Territori, dove gli insediamenti dei coloni continuano a crescere senza sosta. Olmert continua a rifiutare anche la mano tesa dalla Siria, che sta per essere riammessa alle corti europee, e c’è da chiedersi se convenga ancora all’amministrazione Bush dare carta bianca all’alleato israeliano, irrigidito su posizioni così estreme (“esistenziali”, per citare Olmert), o forse non sia venuto il momento di riportare lo Stato ebraico su posizioni più pragmatiche. Uno sbocco diplomatico dell’attuale stallo tra Israele, Siria e Palestina, infatti, riuscirebbe a smorzare significativamente l’influenza iraniana nell’area, aiutando di conseguenza i paesi arabi sunniti e filo-americani, come Giordania e Arabia Saudita. Sperando che non sia troppo tardi, visto che in Israele stanno già preparando i piani per una guerra estiva contro la Siria e per la rioccupazione di Gaza, anche se non è ancora chiaro il pretesto che Olmert cercherà questa volta per giustificarsi agli occhi dell’alleato americano.

da: www.altrenotizie.org

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