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Il Garante per la Privacy è indagato. Ma NON è una notizia.

Posted on 15 Gennaio 202619 Gennaio 2026 by valerio
https://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2026/01/Il-Garante-per-la-Privacy-e-indagato-ma-non-e-una-notizia.mp3

Il Garante per la Protezione dei Dati Personali (comunemente e di seguito anche “Garante per la Privacy”) risulta indagato al completo.

Le accuse sono di corruzione e peculato. Il fascicolo è coordinato dal Pubblico Ministero Dott. Giuseppe De Falco.

Il Garante per la Privacy non è un individuo, come erroneamente si potrebbe pensare, bensì un collegio. Apparirebbe, infatti, totalmente fuori luogo che nelle delicatissime tematiche inerenti i dati personali e sensibili dei singoli, a decidere fosse una persona sola e soltanto quella.

Gli indagati, dunque, sono il Presidente Pasquale Stanzione, nonché i rimanenti componenti del collegio Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza.

L’indagine, condotta dalla Guardia di Finanza, che ha perquisito gli ambienti di pertinenza degli indagati è partita dalle segnalazioni della trasmissione televisiva “Report”.

Addentrarsi nel merito delle accuse è compito della magistratura inquirente prima e di quella giudicante in successiva battuta, non di chi scrive. Gli indagati hanno tutto il diritto e la possibilità di difendersi nei processi e financo dai processi, con tutti gli strumenti di legge a loro disposizione, come qualsiasi altro cittadino. Perché a chiunque può accadere, e anche più di una volta nella vita, di essere oggetto di indagine e raggiunto da segnalazioni di ipotesi di reato.

Dunque, questa, in sé, e allo stato attuale degli atti e delle cose, è una NON-notizia.

La notizia, forse, è quella che questi indagati non sono dei comuni cittadini e che nell’immediatezza della pubblicità del fatto che risultino attenzionati dalla magistratura, nessuno di loro ha pensato a dimettersi né ha preannunciato di voler vestire i panni del cittadino comune.

Ora, un cittadino comune può anche “sbagliare” (termine orrendo, lo so). Può essere anche il più incallito dei delinquenti o l più feroce degli assassini. Può essere perfino investito dallo stigma del sospetto di essere colpevole, e ben prima di una eventuale condanna. Può farla franca per un vizio di forma. O essere assolto nel merito.

Ma una persona che rivesta una funzione pubblica di particolare delicatezza no. Chi è sopra di noi, a qualunque titolo, non può continuare ad agire nel proprio ruolo, perché potrebbe non essere sufficientemente sereno ed equanime nell’affrontare un caso di presunta violazione delle norme e potrebbe non esserlo neanche il cittadino che a lui si rivolge per vedere tutelati i propri diritti.

Quindi, sì, le dimissioni di queste persone sono un gesto più che sperato e opportuno.

Si dirà che queste dimissioni sono state sollecitate, e con forza, soprattutto dal Gruppo Parlamentare del Movimento 5 Stelle. Ed è effettivamente così. Ma ci dimentichiamo, o, forse, non sappiamo affatto che Guido Scorza, uno dei membri più in vista del Collegio, è stato proposto proprio da quella formazione politica.

Scorza è un insigne giurista di lungo corso, esperti di diritto telematico e il suo contributo alla sensibilizzazione degli utenti comuni della rete è stato fondamentale, anche per merito ed effetto delle sue numerose pubblicazioni. In qualità di avvocato ha difeso il colosso del web Google, un precedente della sua carriera che ha fatto storcere il naso a svariati osservatori. In un brevissimo video diffuso nelle ultime ore dall’Agenzia ANSA, Scorza, nel lasciare la sede dei suoi uffici, intervistato dai cronisti, ha solo dichiarato di non essere stato interrogato da nessuno degli inquirenti.

Quello che non è chiaro è se i membri del Collegio del Garante siano stati raggiunti da una informazione di garanzia o da un avviso di conclusione delle indagini preliminari. La prima ipotesi risulterebbe la più ragionevole, perché l’informazione dello “status” di indagato è contestuale alla notifica dell’ordine di perquisizione. Nel secondo, e assai più remoto caso, l’indagato avrebbe venti giorni di tempo per chiedere di essere sentito o produrre documenti a difesa, inclusi documenti a proprio favore, nonché memoriali difensivi. In ogni caso, visto che il dies a quo per l’effettivo diritto a difendersi decorre dal momento della perquisizione, la dichiarazione di Scorza risulterebbe quanto meno intempestiva e tautologica.

Il Presidente Stanzione uscendo dalla sede del Garante, ha dichiarato di essere tranquillo e non ha risposto alle sollecitazioni dei giornalisti che gli chiedevano notizie sulle dimissioni sue e del Collegio da lui presieduto.

Scorza, nel novembre scorso, ovvero nel momento in cui la miccia di alcuni fatti contestati al Garante della Privacy fu accesa dalla redazione di “Report” ebbe a chiarire che no, non si sarebbe dimesso dal suo incarico. Aggiungendo:

“Ma non è un no definitivo e non è un no di chi non considera grave quanto accaduto e la richiesta che mi è stata fatta, di fare un passo indietro. Ed è un no che potrei quindi rivedere, se appunto emergere mie responsabilità, quelle che allo stato non vedo, o se nonostante gli sforzi straordinari che andranno fatti, che intendo fare, non risultasse possibile recuperare la fiducia delle persone.” -Riportato dal sito dell’ADUC-.

Dai tempi in cui il Garante della Privacy era presieduto da Stefano Rodotà, faro illuminante nel buio dell’incertezza della materia inserita nel nostro ordinamento nel 1996, non solo è passato del tempo, ma sono cambiate, anche in modo sostanziale, le modalità attraverso le quali un cittadino può far valere le proprie ragioni nella sua sede. Chiunque riteneva, con fondati motivi, di avere ragione, poteva presentare un ricorso che prevedeva il versamento di un contributo di 150 euro. Se aveva ragione le spese sostenute o addirittura una cifra maggiore, gli venivano corrisposte direttamente dalla controparte, secondo quanto previsto dall’Autorità, che poteva anche dichiarare il non luogo a provvedere (che non è un non luogo a procedere, perché per procedere si è già proceduto) sul resto della materia.

Con l’entrata in vigore del GDPR e della normativa europea, tuttavia, quello che si può proporre è una segnalazione, su cui il Garante può decidere se agire o meno, oppure un atto più circostanziato e formale, ossia il reclamo. Entrambi, come si è detto, possono produrre effetti favorevoli, nel senso che le sanzioni, anche di pesantissima entità, vengono effettivamente irrogate, ma nella maggior parte dei casi non è previsto alcun indennizzo, neanche provvisorio, a favore della parte vincente, che potrà eventualmente rivalersi in separata sede, ovvero al Tribunale Civile, con maggiore incertezza sugli esiti, una esasperante lunghezza dei tempi di giudizio e un esborso considerevole di denaro che non è sicuro possa essergli successivamente indennizzato. Ma intanto deve pagare perché, si veda il caso, gli avvocati non lavorano gratis e, comunque, costano, costano molto.

Sulla home page del sito ufficiale del Garante per la Privacy non appare nessuna comunicazione sull’indagine avviata.

AGGIORNAMENTO DEL 17 GENNAIO 2026: Guido Scorza ha rassegnato le dimissioni dal Collegio dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali. In un video sui social network, secondo quanto riportato dal sito on line del quotidiano “la Repubblica”, avrebbe dichiarato:
“Era un incarico che avevo sempre sognato. E lo lascio proprio per rispetto di quel sogno.”

Riporto, comunque, di seguito, il brevissimo comunicato stampa emesso dall’Authority:

GarantePrivacy-10211299-1.0


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