Il Docente esperto

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Il Draghistan è relegato nelle polverose stanze di Palazzo Kitsch per il rituale “disbrigo degli affari correnti“.

Ma il rancore, evidentemente non gli manca, se è vero, come è vero, che prima di far fagotto, il governo dell’assembramento ha magicamente tirato fuori dal cilindro la figura del “docente esperto“.

Un incidente spiacevole e deplorevole. Un autogol, l’ennesimo. Una iniziativa da censurare fin dalle parole.

Esperto” in cosa? Un docente dovrebbe essere esperto e aggiornato sulla sua disciplina di insegnamento e su tutte le norme e direttive che gli possano permettere di esercitare al meglio il suo delicato mestiere. Invece no. Si inserisce una definizione indubbiamente discriminatoria. Perché se c’è bisogno di personale con diversi ruoli e diverse funzioni che dal 2023 (nientemeno!) comincino ad operare e a percepire circa 5600 euro lordi in più all’anno, e li si chiama “docenti esperti” è segno evidente che quelli che attualmente insegnano tanto “esperti” non lo sono.

Eppure sono tutte persone laureate, abilitate e che hanno superato un pubblico concorso in cui sono state dichiarate idonee all’insegnamento da una apposita commissione nominata dallo Stato.

Potranno ambire a fregiarsi della nuova illuminata denominazione solo i docenti che non abbiano compiuto ancora i 50 anni di età. Perché quelli prima o poi dal 2023 in poi andranno in pensione, quindi che li aggiorniamo a fare? Carne morta, parassiti.

Ma, naturalmente, l’aggiornamento è fondamentale. Un docente percepisce ogni anno un bonus di 500 euro da spendere in iscrizione a corsi di approfondimenti riconosciuti dal Ministero. Oppure in attrezzature informatiche. Oppure in software. Oppure, anche, in quelle cose aberranti e fuori moda che si chiamano libri. Cosa volete, il corpo docente è caratterizzato da gente terribilmente old fashioned, e bisogna accontentare anche loro.

Ora, se io con quei 500 euro mi ci iscrivo a un corso sul Cooperative Learning, che nessuno ha ancora capito che cosa sia (una volta si facevano i lavori di gruppo, ma, si sa, sono diventati démodés), o sul Debate (la vecchia e tradizionalissima discussione in classe) sono aggiornato. Ma se ci compro un vocabolario, anche di una lingua non afferente la mia materia di insegnamento e lo uso per migliorare la mia conoscenza non sono aggiornato di un tubo di nulla. Nessuno riconosce le mie nuove e allargate “competenze“, le stesse di cui la scuola pubblica italiana si è sciacquata la bocca (senza esiti particolarmente lusinghieri, il faut le dire) per decenni.

Conosco il francese? Il tedesco? Un po’ d’inglese? Ho dato due esami di portoghese? Benissimo, esistono gli enti certificatori. Che costano un botto. E che dovrò pagare con i miei soldi, visto che questo tipo di esami e di certificazioni non sono previsti nel bonus docenti. L’acquisto di un dizionario, di una grammatica, di uno strumento lessicografico (anche digitale), invece sì. Però non viene riconosciuto come aggiornamento. Una bella matassa da sbrigliare.

E dal 2023 nelle scuole circolerà la figura tetra e sussiegosa del “docente esperto“, quello che guadagna di più (cosa si potrà comprare con 5600 euro lordi all’anno nel 2023 nessuno lo dice), quello che guarderà i suoi colleghi dall’alto in basso perché lui cos’è il Cooperative Learning lo sa. E gli altri no. E’ il solito gioco al massacro, la logica del divide et impera, cittadini di serie A e di serie B. Nulla di nuovo sotto al sole.