Il calcio chiude con un errore di ortografia

I livornesi amano ripetere un proverbio: "A Livorno un ci s’avrà nulla, ma siamo tanto ‘gnoranti!"
Che è vero, indubbiamente, se qualche buontempone vestito da Ultras, o qualche Ultras che non sapeva di essere un buontempone, ha scritto, con la consueta bomboletta spray (che a Livorno è un must) sui muri del quotidiano "Il Tirreno" (bellini anche loro, sì…) "un’altro Filippo Raciti", con tanto di errore di ortografia incorporato, quasi a documentare inequivocabilmente la scarsa affidabilità del messaggio (chi parla e scrive male pensa male, per parafrasare Nanni Moretti…).

Sarebbe bastato questo per non prendere troppo sul serio chi ha voluto di nuovo indicare in Livorno la città della violenza, dell’intolleranza e della sempiterna ostilità contro le forze di polizia.

Che, va detto,a Livorno non sono mai state simpatiche, e con loro tutti i poliziotti e i polizismi annessi e connessi.

Livorno è anche la città in cui si dice "il calcio è chiuso". Certo, però, se invece di essere un poliziotto, a morire fosse stato un povero Cristo qualsiasi, il calcio sarebbe indubbiamente rimasto aperto. Il che dimostra che a fare la differenza sulla legalità, ancora una volta, sono i poliziotti e non i comuni cittadini.

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