Il baracchino (CB)

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Ascoltare la radio è una delle attività più coinvolgenti e apportatrici di conoscenza per chiunque, perché sviluppa e privilegia la dimensione non sottovalutabile dell’ascolto. Qualcuno ha qualcosa da dirmi e io lo sto a sentire. Poi, magari, gli parlo, ci comunico, gli dico la mia. E’ un atteggiamento di umiltà e disponibilità insieme, quello dell’ascolto. Che dalla radio può essere trasferito a qualunque cosa ma, soprattutto, a chiunque.

Ma se è bello ascoltare, fare radio, trasmettere, essere al di là di un microfono, offre una visione nuova e inedita del mondo. Sei tu quello che parli. E la gente, se vuole, ti ascolta.

Fare radio, per me, nella mia prima esperienza, ha voluto dire in particolare “baracchino“. O “CB“, per dirla con gli amanti degli acronimi.

Il “baracchino” era un apparato ricetrasmittente di debole, anzi, debolissima potenza (5 Watt, solitamente, almeno nella versione base e non taroccata), adatto per trasmettere e ricevere segnali entro il raggio di qualche chilometro. Una trentina se ti andava bene. Ottimo, quindi, per comunicare in città. Non per nulla “CB” era ed è l’abbreviazione di “Citizen Band“, ovvero “Banda Cittadina“. E tutto torna anche stavolta.

Il baracchino ce l’aveva quella buonanima del mi’ zio Piero, che negli ani 70 ne comprò uno di marca Pony a 23 canali (cioè 23 frequenze prememorizzate al quarzo) da tenere in casa (erano anche apparecchi belli da vedersi) e uno da imbarcazione per suo fratello Eraldo, che faceva il pescatore. Ufficialmente lo scopo dell’acquisto fu quello di comunicare con Eraldo mentre era in mare e sapere a che ora sarebbe rientrato a terra, in modo da riferirlo alla di lui moglie Nadia, una delle donne più meravigliose che io abbia mai conosciuto, e permetterle di mettere al fuoco l’acqua per la pasta, che a una minestrina di pesce serale ci avrebbe pensato, con gli scarti della materia prima invenduta, Eraldo stesso.

Una dinamica che ricorda, per certi versi, quello che Andrea Camilleri racconta nel suo romanzo più riuscito, “La concessione del telefono“, storia di un giovanotto rampante che, a fine ‘800, richiede la licenza per l’impianto di una linea telefonica per parlare in segreto con l’amante e dirle un sacco di porcate, preparandola così all’amplesso amoroso.

Certo, il mi’ zio Piero non avrebbe fatto mai nulla del genere. Era molto generoso con me e gliene sono ancor grato. Mi comprava i fascicoli dell’enciclopedia degli animali, che leggeva con interesse. E poi, da grande, i dischi di musica classica della Fratelli Fabbri Editori, che ho ascoltato fino a consumare la puntina. E anche uno stereo per poterli suonare.

La sera, invece, una volta esercitato il pietoso offizio della lettura animalesca, accendeva il baracchino e si metteva ad ascoltare le conversazioni della gente comune. E si divertiva come un bimbo, ridendo a più riprese con quel suo “ih, ih, ih!” vagamente satanico, che gli era così consono, così come rammento ancora con piacere e nostalgia la sua camminata cosiddetta “alle dieci e dieci“, coi piedi in fuori e le gambine secche secche come due fuscelli di un giovane arbusto.

E lì, in quel “baracchino” c’erano dei mondi interi. Gente di un quartiere del paese che parlava con gente del quartiere opposto, persone che avevano montato l’antenna nuova (la famosa Ground Plane, una roba che aveva la forma di un ombrellone rotto) e c’era bisogno di un controllo tecnico o, semplicemente, persone che avevano voglia e bisogno di comunicare. Cazzate, soprattutto.

Io, che ero un linguista in erba (i tempi del baracchino corrispondono, grosso modo, ai miei 8-9 anni, ed ero piccino, ma molto, molto piccino), apprezzai subito il linguaggio di quel mundillo sconosciuto, che mi divertiva parecchio. Il linguaggio e il mondo, voglio dire.

Ero poco più di un bimbo, dicevo, quando iniziai ad armeggiare con quel coso. Ovvero un “gringhello“, anzi, un “gringhellino“. Un uomo adulto era un “OM” (Old Man, come una canzone di Neil Young), una donna adulta una “YL” (Young Lady, anche se tanto giovane non lo era), se poi era divorziata (il referendum sul divorzio aveva portato alla vittoria del NO nel 1974) era una XYL (Ex Young Lady, anche se non era propriamente gentile come espressione). Un dialogo con un collega della CB era un QSO, mentre la singola comunicazione era un QTC, un discorso, insomma. Ognuno di noi aveva una sigla, uno pseudonimo, quello che oggi i fanatici di Facebook e WhatsApp chiamerebbero un “nickname“. Ce n’erano di straordinari. Due colleghi del paese vicino si chiamavano rispettivamente “Cavallino Bianco” e “Cavallino Rampante“, ma siccome venivano sempre salutati con un “Ciao, Cavallino!” e io non sapevo mai chi fosse l’uno o l’altro. Mi facevo chiamare “Attila“. Non era né bello né originale. Però era qualcosa, anche se nei confronti del Re degli Unni non ho mai sviluppato particolare interesse storico. Nulla che andasse, molto dopo, al di là della visione di alcuni filmetti con Abatantuono, voglio dire. “Nonno Ghigo” era il più vecchio di tutti e gli si doveva rispetto per l’età e per la competenza in materia di elettronica e telecomunicazioni. Si diceva che il suo “baracco” se lo fosse autocostruito di sana pianta, ed era verissimo. Io la vidi la sua attrezzatura. Era perfetta. Oltretutto sapeva anche lavorare molto bene il legno, per cui gli aveva costruito anche un mobiletto elegante. Solo che godeva di una salute piuttosto malferma, e ci lasciò di lì a poco anche lui. Mio padre si chiamava “Sirena” (ambiguo), e mia madre guardava con fastidio a questo interesse per le ricetrasmissioni casalinghe, chiedendosi se non avessero qualcosa di meglio da fare queste casalinghe frustrate la sera alle 22,30 che parlare a un microfono (il “mike“). E aveva ragione. Oggi quelle stesse signore, o tutt’al più i loro epigoni, fanno la pesca a strascico sui social network. Perché, comunque, l’universo femminile era molto ben rappresentato. Della mia età ricordo con piacere due sorelle, che si facevano chiamare “Orsa Maggiore” e “Orsa Minore“. E poi una ragazza di poco più grande, dalla voce soave, carezzevole e rilassante, una certa “Genziana“, che ovviamente non conobbi mai di persona. Una sorta di donna del mistero. Se qualcuno chiacchierava dalla propria vettura si diceva che era “in barra mobile”, se si andava a dormire bastava dire che si andava in “144” (la frequenza corrispondente alla lunghezza d’onda dei 2 metri, la stessa dimensione di un letto, più o meno). Si parlava, normalmente, in più di due, e i partecipanti al dialogo venivano definiti “ruota“, o “rùzzola“. Quando uno aveva parlato lasciava la frequenza a un altro e lo invitava a collegarsi. Questi, prima di farlo, doveva però lasciare qualche secondo di “bianco” (frequenza libera) in modo che se un esterno voleva entrare nella conversazione potesse farlo con la parola d’ordine prestabilita (“Break!“, cioè “fermatevi, voglio entrare“). In quel caso gli veniva data la precedenza con la formula “Avanti il break!” e così si continuava. A raccontare le suddette cazzate, voglio dire.

Ma avevamo fatto un piccolo gruppetto di radioappassionati. Lo avevamo chiamato “Club CB ‘Fratelli della Costa‘” in omaggio alla tradizione corsara che contraddistingueva il nostro mare, lo stesso in cui andava a pescare Eraldo. E ogni anno ci si ritrovava a un dancing della zona per una serata spensierata di chiacchiere, bevute, balli (liscio e valzerini in primis) e occhiatine ammiccanti tra aspiranti fidanzati. Era bello.

La cosa che mi piaceva di più col baracchino erano i “bidoni“. Gli scherzi, insomma. Un classico bidone era quello di appostarsi con la macchina nei pressi della casa della vittima e parlare in uno spagnolo sgangherato, spacciandosi per un tale Pedro. O Luis. O José. O quello che la fantasia ci dettava. “Brèkos… brèkos de Barcelona, por Dios!!“. E il malcapitato, confidando in un colpo di fortuna e nella propagazione favorevole, dimentico che i suoi poveri mezzi tecnici gli permettevano di arrivare tutt’al più fino alla collina, si infervorava e diceva “Adelante amigo Pedro!!! [anche se era José, stessa roba!] Eu sou (ci metteva anche un po’ di portoghese, già che c’era) tu amigo italiano Charlie Brown, como me siente, maldita la miseria ladrona?” E i lazzaroni scuotevano ripetutamente la loro antenna per creare un effetto evanescenza. Una volta a uno l’antenna gli rimase in mano dalla gran foga e dovette ricomprarsene una nuova. “Bien, bien… aqui pioves che Dios la mandas… me sientes, meu amigo??” E proseguiva così per dieci minuti. Poi tutto si svelava, il destinatario dello scherzo veniva informato che si trattava di una Candid Camera e finiva tutto lì, con questa senzazione di sentirsi il naso bagnato e anche un po’ scemi.

Una volta ascoltai una conversazione tra due colleghi, in cui uno si lamentava della scarsa efficienza della propria apparecchiatura e rappresentava all’altro la propria intenzione di fare qualcosa per migliorarla. Non era una roba di poco conto, perché era proibitissimo alterare i parametri con cui un ricetrasmettitore veniva staccato dalla casa produttrice. C’era da vedersela con il vicinato, come minimo, perché le onde “stazionarie”, ovvero spurie, entravano nei televisori delle famiglie vicine, e la domenica sera chi voleva vedere come andava a finire la stia d’amore tra Sandokan (Kabir Bedi) e la bella Marianna (Carole André), con la benedizione di Yanez de Gomera (Philippe Leoroy) sulle nude tavolacce di un praho, si sentiva fuoriuscire con un “Brèkos… brèkos, puerca l’orca!!” E poi l’incubo era che l’Escopost venisse a farti la perquisa e ti comminasse una multa salatissima, oltre a sequestrarti baracco e burattini. Il rimedio, tuttavia, c’era ed era tecnicamente semplice: procurarsi un “lineare“, cioè, in parole povere, un amplificatore della potenza in uscita. Siccome l’interlocutore era famoso per essere uno che in fatto di elettronica ne sapeva più di Cacco, allora, datosi che era anche un po’ stronzo, gli venne un’idea geniale:

“Perché non ti fai un lineare? Non c’è bisogno di spender quattrini, lo puoi fare anche da te solo!”

E quello, che aveva abboccato all’amo:

“Davvero? E come??”

“E’ facilissimo, puoi prendere anche una stecca di ombrello, anzi, va benissimo. Del resto più “lineare” di quella… pulisci bene e metti a nudo le estremità, poi una la colleghi all’antenna, l’altra al bocchettone dell’uscita del segnale, vedrai che qualcosa migliora!”

Allora lo stolto fece esattamente quello che gli era stato detto e gli si fulminò tutto in un istante. Potenza dei bidoni!