Il bar

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Il bar è il bar, non ci sono santi.

Esiste da sempre e da sempre esisterà, come le monadi di Leibniz, il motore immobile o il bosone di Higgs.

Il bar apre qualche minuto prima delle otto. E’ stato raggiunto questo accordo diplomatico perché se no scoppiava la guerra termonucleare globale e i primi ragazzi a raggiungere il sacro suolo dell’Istituto avevano preannunciato lo sfondamento della porta e l’occupazione coatta dei locali stile Putin con l’Ucraina.

Perché i veri protagonisti della vita degli alunni non sono lo studio e l’abnegazione, no, sono il telefono cellulare e la fame.

Una fame atavica, antica, gridata a gran voce come fanno i bambini che nascono, che pare non ci sia un domani e che si calmano solo quando viene loro concessa la tetta, il cibo.

La De Poppibus, che di allattamenti ne ha avuti svariati e prolungati, e si vede pure, prima che la chiave del bar giri nell’ormai logora serratura avverte tutti gli astanti: “Non guardate me o vi piglio tutti a ceffoni!!”

Due minuti dopo, il tempo che la macchinetta del caffè si riscaldi, che il barista si sia messo la parannanza, che siano state deposte nelle vetrine le deliziose cibarie scongelate e cotte al forno elettrico che sostengono gli stomaci dell’intiera progenie scolastica, che il buon bidello Antenore si sia tolto le orrende cispe dagli occhi ancora appiccicati di sonno, arriva la Wunderbari e il barista si mette direttamente sugli attenti risvegliandosi istantaneamente come da un torpore sempiterno che nemmeno un’endovenosa di caffeina:

“Professoré’, il solito orzo lungo macchiato con latte di soia e cannella?”

“Sì, caro, ma mettimici doppio zucchero e cacao, mi raccomando, che ho fatto l’amore tutta la notte provando tre nuove posizioni yoga e ho bisogno di energie nuove e rigeneranti per il mio kharma!”

E il primo svenimento per mancanza d’ossigeno e di respiro della giornata è assicurato.

Il buon bidello Antenore, esaurite ormai le sue abluzioni a secco, va di caffè macchiato e cornetto alla Nutella. Allora il barista tira fuori direttamente il secchio da 5 litri ripieno di crema spalmabile (non possiamo permetterci forniture più piccole, a scuola c’è da sfamare un esercito, sapete?) e ne schiaffa una mestolata informe sul cornetto ancora congelato. Tanto chi se ne frega, Antenore non paga mai e ha una lista di debiti più lunga di quella di Imelda Marcos nel suo negozio di scarpe preferito.

La signorina Multitasking, che arriva di lì a poco, col tacchettio affrettato che la contraddistingue, si pianta davanti al bancone e chiede (anzi, ordina perentoriamente): “Un caffè!”

“Normale, lungo, ristretto, macchiato…?” le fa il barista, cercando di essere vagamente un po’ gentile.

“Fatte li cazza to’!”

E così lo secca sull’istante. Non c’è nulla da fare, ormai è il suo tormentone preferito.

Il bar comincia a mostrare il meglio di sé verso le 8,30, quando finalmente arrivano le maledette liste.

Le liste sono una rottura di palle quotidiana micidiale. Ogni giorno che Dio mette in terra, alla prima ora gli alunni si prendono “alcuni minuti” come da circolare, per mettere una croce a matita sull’elenco dei panini e delle vivande salvavita disponibili, per poi consegnarlo alla bidella, che lo consegna al bar, dove poi uno dei rappresentanti si reca in orario prossimo all’inizio della ricreazione per pigliare il panierino ricolmo di quanto ordinato.

Sembra una stupidaggine, ma è un vero e proprio Calvario. Primo perché gli alunni non sono mai puntuali, secondo perché non sanno mai che cazzo prendere (“Le patatine alla paprika… no, al curry, no, aspetta, alla cipolla, ma no, prendimi i Fonzies!”), terzo perché non hanno i soldi e li chiedono al docente a titolo di comodato d’uso gratuito. Per fare una croce impiegano mezz’ora, per tirar fuori le monete altri cinque minuti (“Professo’, me s’ha sfunnat’ la tasca!!”) e per consegnarla altri due minuti a passo lento, stile Marcia Funebre di Chopin.

Ma la vera, autentica, maledetta, insidiosa, pericolosa portata della purtuttavia variegata offerta formativa del bar è lei, l’odiatissima mezzaluna tonno e sottaceti. Pare che il professor Exlege l’abbia ordinata un giorno per errore e l’abbiano subito arruolato in Corea del Nord per un conflitto chimico-batteriologico segretissimo, non prima di aver passato una mattinata nel premiato bagno docenti intestato alla buonanima di Rudolph Hess, da cui ha fatto le ultime tre ore di lezione in DaD mentre rimetteva l’anima agli spiriti protettori dei suoi avi.

Pare che le reazioni dei succhi gastrici con l’agglomerato e col suo ripieno siano tuttora misteriose, e che anche la nostra benemerita insegnante di chimica, la professoressa Tabula Elementii, abbia dato forfait.

Fatto sta che il Corbelli, quel bastardone, ogni santo giorno cancella l’ordinazione del panino da un euro con prosciutto cotto del compagno Maneschibus, perché proprio non lo può vedere, e la dirotta perfidamente sulla mezzaluna in questione, divertendosi come un matto a veder correre il malcapitato in bagno e cronometrando i tempi di effetto dei sottaceti finemente tritati sull’apparato gastro-enterico.

Alle 11,05 il bar è completamente svuotato. Restano solo le croccantelle al ketchup che ti guardano di sbieco, anche loro, dall’alto del loro sapore disgustosamente acidulo, qualche caramella sparsa, e le Halls-Mento-Liptus al triplo mentolo anodizzato, che quelle le compra solo la Acidophili per mascherare l’alito che le sa di curaro.

Ma è proprio quando il morbo infuria e il pan ci manca che il genio indiscusso del barista viene in soccorso agli affamati. E’ allora che si tirano fuori le razioni K, gli stramaledetti calzoncini mozzarella e pomodoro, nelle loro immarcescibili versioni, fritti e al forno.

Quelli al forno sono sufficientemente gestibili se mangiati a temperatura di fusione. Solo che se ti fuoriesce il ripieno sei fregato. Il professor Crucefixis, cui, pure, l’appetito non manca, addentandone uno si è visto colare il magma su una mano ed è immediatamente corso in sala insegnanti ad annunciare, coram populo ed urbi et orbi, di aver ricevuto le stimmate. Il professor Marxistis, che nel frattempo passava l’ora di buco leggendo “l’Unità” (è rimasto l’unico lettore, ormai), lo ha squadrato e ha sentenziato un “Ma vatti a coricà’, imbecille!” degno del miglior Politburo del PCUS.

Quelli fritti non c’è nulla da fare, assorbono l’olio di colza, regolarmente riciclato, sono ricchissimi di acroleina, si freddano in cinque minuti, ti si piantano sullo stomaco e lì rimangono in saecula saeculorum, amen. Ci vorrebbe un Fernet Branca, ma purtroppo al bar sono rigidamente proibite le bevande alcoliche. Se ti fai amico il barista, tuttavia, puoi ottenere sottobanco una bottiglia da mezzo litro di Idraulico Liquido, che è sempre meglio di niente.

Il bar chiude definitivamente alle 13. Il barista pulisce e l’ambiente puzza orribilmente di detersivo per pavimenti.

“Professò’, ci è rimasto un calzone fritto prosciutto cotto e formaggio, lo vuoi?”

E io che vorrei avere il teletrasporto per gettarmi sconfortato tra le braccia di mia madre.