Grandezza e decadenza di Franco Battiato

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Franco Battiato ci ha lasciati senza la sua formidabile musica e la sua indiscussa originalità artistica, e questo mette una tristezza infinita.

Nel 1982, quando si verificò il successo planetario de “La voce del padrone”, io, oltre che a conoscere a memoria, nota per nota, TUTTO l’album e a condividere ogni singola parola dei suoi testi, andavo in giro come lui. Mi mettevo una giacca e un cravattino e andavo a scuola. La Essebì mi guardava come se fossi uno scemo. E lo ero. Mi ci mancavano solo i sandali e la palma dietro e poi ero il ritratto spiaccicato, priciso ‘ntìfico della copertina dell’ellepì.

Battiato per me era un Dio, e tanto faceva. Come tutti gli Dei, mi è caduto in disgrazia molto presto.

Fermo restando che capolavori di musica sperimentale come “Fetus”, “Pollution”, “L’Egitto prima delle sabbie” e altri album interessantissimi come “L’era del cinghiale bianco”, “Patriots” e lo stesso “La voce del padrone” sono dei capolavori assoluti, è pur vero che la dimensione spiritualistica del cantautore, culminata con la collaborazione con Manlio Sgalambro, ne ha decretato un discreto bagaglio di introiti commerciali e una picchiata indescrivibile a livello artistico. In buona sostanza, se Battiato era un Dio, tutta la produzione discografica da “Come un cammello in una grondaia” è la sua Götterdämmerung. L’incredibile eclettismo, la capacità di sperimentare linguaggi musicali nuovi e sempre diversi, l’abilità di citare ora questo ora quel verso (ricordate il mare nel cassetto e le mille bolle blu??), la geniale collaborazione con poeti del calibro di Fleur Jaeggy (“avete anche voi visto camminare le aquile?”), con musicisti come Giusto Pio, cantanti come Giuni Russo (va beh, lì c’è l’intoppo di “Un’estate al mare”, ma gliela perdoniamo volentieri) hanno ceduto il passo a una spiritualità spicciola e annacquata, che cominciò a farsi sentire fin da “Fisiognomica” con un famosissimo brano che si intitolava “E ti vengo a cercare”. Bello, sì, interessante, molto partecipato, ma unanimemente sopravvalutato. Fu l’anticamera di una produzione posteriore che portò a esempi di canzoni in cui Battiato ha spento la sua genialità per dedicarsi a composizioncine tutto sommato più banali e certamente non all’altezza del suo genio, culminata con un brano di qualità discutibile come “La cura”.

Non per nulla quel brano è a tutt’oggi il più famoso di Battiato. Molto più di certi contenuti musicali e testuali analoghi (come “Gli uccelli”, tanto per citarne una carina).

La gente è fatta così. Dalle uno scatolone vuoto, riempito di nulla, mettici dentro un po’ di amore (possibilmente asessuato, ché il sesso fa male alla salute!), qualche parola assolutamente generica, condisci il tutto con una diluzione omeopatica di “meccaniche divine”, un po’ di filosofia di quella che si compra un tanto al chilo ad ogni angolo di strada, agita bene il tutto, shakera (“agitato, non mescolato”, come il drink di James Bond) e servi ben ghiacciato, così che non s’abbia a divinare gli ingredienti del frullatone, e il successo di vendita è assicurato.

Poi puoi anche aver scritto capolavori di rara intelligenza e di straordinaria sintesi come “Prospettiva Nevskij”, con quel vento a trenta gradi sotto zero, le donne curve sui telai, i cumuli di neve, l’incontro con Igor Stravinskij, gli orinali messi sotto i letti e i film di Eisenstein, niente da fare, la gente ti ricorderà sempre per una minestrina allungata.

Non c’è nulla da fare, sono un inguaribile vintage. “Il mio stile è vecchio come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore”, avrebbe detto lo stesso Battiato, e preferisco ricordarlo così, ancora lento. Come i treni di Tozeur.