Gli 80 anni di Francesco Guccini

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E così il maestrone Guccini compie 80 anni. La prima volta che lo ascoltai (grazie all’amico Giovanni Zaza, che non ho più rivisto, nemmeno sui social) fu grazie a una cassetta di quelle piratate da bancarella del mercato, che conteneva il suo album “Stanze di vita quotidana”. Ho sempre pensato che quel disco portasse un po’ sfiga, e lo penso tuttora. Non fu esattamente quella che si dice una scelta felice. Ma poi passai a “Via Paolo Fabbri 43” e lì sì che fu tutto un altro andazzo. Canzoni di notte, avvelenate a gogò, e perfino una canzone delicatissima sul tema dell’aborto, come solo lui sapeva fare. Da allora è stato tutto un rincorrere dischi, comprarli (credo di avere tutta la discografia), ascoltarli, ascoltarli, e ascoltarli ancora finché quelle parole ti restano impresse nella mente e non te le scordi più. Parole d’amore (“ma dove te ne andrai, ma dove sei già andata”), di rabbia (“non rimpiango tutto quello che m’hai dato, che son io che l’ho creato e potrei rifarlo ora)”, di sesso (“per nostalgia lo rifaremmo in piedi, scordando la moquette, style e l’hi-fi”), di amicizie (“povera amica che narravi, dieci anni in poche frasi, ed io i miei in un solo saluto”), di constatazionismo del proprio niente (“siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”), di allusioni ai suoi “colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni” (“la piccola infelice (1), si è incontrata con Alice, ad un summit, per il canto popolare. Marinella non c’era, fa la vita in balera ed ha altro per la testa a cui pensare”), di criptocitazioni di scrittori (“Jorge Luis Borges mi ha promesso l’altra notte, di parlar personalmente col persiano” -il “persiano” in questione è il poeta Ibn Al Quayyam!-, o anche, parlando del mese di aprile, “quali segreti scopre in te il poeta che ti chiamò crudele” -il poeta inquestione è T.S. Eliot), di personaggi storici (“In un giorno d’ottobre, in terra boliviana, con cento colpi è morto Ernesto ‘Che’ Guevara”, ma anche Cristoforo Colombo (“e naviga, naviga via, nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa María”), mitologici (“Chi era Nausicaa, e dove le sirene, Circe e Calypso perse nel brusio di voci che non so legare assieme”), letterari (“…è la più triste figura che sia apparsa sulla terra, cavaliere senza paura di una solitaria guerra”, riferito a Don Chisciotte, e su Cyrano de Bergerac, quasi riprendendo ad litteram la storica e impareggiabile traduzione di Mario Giobbe, “e al fin della licenza io non perdono e tocco!”), di personaggi reali e di cronaca (“A Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare l’America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari”). E viandare (perché Guccini usa proprio “viandare”, che è diverso da “via andare”, cazzo significa “via andare”?). Guccini siamo noi, c’è poco da fare, e la gratitudine nei confronti del Maestro è d’obbligo. Occorre riascolarlo e riascoltare ancora e ancora le sue canzoni. Che dànno quell’ipocondria ben nota. Poi la bottiglia è vuota.

(1) Si riferisce a “Lilly” di Antonello Venditti

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