Gita (o gitarella) scolastica

La gita scolastica è uno dei meccanismi più perversi in cui possa incappare un insegnante.

La gita scolastca, di per sé, non si chiama nemmeno "gita", si chiama "viaggio d’istruzione". Vuol dire che si va a fare un viaggio per imparare qualcosa, e possibilmente dal primo anno delle superiori si inizia da una risorsa del territorio che non si trovi troppo lontana dalla sede della scuola, e a cui si possa arrivare in tempi ragionevoli per riportare indietro una classe di scalmanati.

Il collega o la collega che ti propone di andare ad accompagnare i ragazzi in gita solitamente ha l’aria contrita di chi si affida a te come ultima risorsa, come quello o quella che proprio non ne può fare a meno, ma non gli sei rimasto che tu, e allora ti guarda con l’occhio compassionevole e ti dice che ha provato a chiedere a tutti, ma che tutti avevano impegni e allora sei rimasto solo tu che, tanto, di impegni non ne hai, non fai un cazzo dalla mattina alla sera, non hai nemmeno figli da accompagnare a scuola, pattinaggio, calcio, danza artistica, pilates.

Uno dovrebbe semplicemente rispondere "Quindi se io non accetto la gita non si fa?", e invece uno accetta direttamente.

Quando dici "sì" (per sfinimento o senso civico della figura dell’insegnante, o peché devi un favore al dirigente scolastico) sei finito. Chi ti ha proposto il massacro si sente sollevato, e per non farti cadere nello sconforto comincia a dirti "Ma guarda, che andrete in un bel posto, sai?" (anche tu adesso vai in un bel posto, anzi, ti ci mando io con molto piacere…) oppure fa domande retoriche del tipo "Ma come, non ti piace l’Abbazia dei Frati Zoccolanti costruita proprio a strapiombo sul mare?" (certo che mi piace, imbecille, ma mi piace andarci per conto mio e godermelo con la mia famiglia, non con decine di alunni urlanti che nella migliore dell’ipotesi non hanno capito che non ci fermeremo all’autogrill e ti ritrovi dopo dieci minuti quella che chiede con aria smarrita "Ma non c’è il bagno su quest’autobus??" Eh, già, lo mettiamo per te…). Oppure cerca di tranquillizzarti. Ti dice che "Guarda, abbiamo fatto firmare la liberatoria alle famiglie dei ragazzi, tu non avrai nessuna responsabilità."

Non è vero che non hai nessuna responsabilità. Se non vigili e loro si fanno male o, peggio, fanno male a qualcuno, vengono a cercare te. L’Italia è l’unico paese al mondo in cui i professori sono responsabili per quello che fanno i loro figli. negli altri stati europei per i minorenni è responsabile la famiglia, è per questo che la scuola funziona, perché nessun pirla di alunno metterebbe mai nei guai il proprio padre che, una volta a casa, lo appiccica al muro. Il Dirigente scolastico ti dà un ordine di servizio in cui ti dice che se succede qualcosa a te sei assicurato, che riceverai l’indennità di missione (una specie di supplemento extra che andrebbe a integrare lo stipendio per la "missione" che ti è stata data. Non si va oltre i 10 euro per una giornata di gita.

Agli alunni dell’Abbazia non gliene frega una benemerita cippa. I più grandi sono convinti che le abbazie siano luoghi costruiti in modo da far rimbombare i suoni, e, conseguentemente, anche le loro gare di rutti.

I più piccoli si ingozzano di pizza riscaldata, coca cola, patatine, gelati, ghiaccioli, mars. Non tutti, c’è uno che ha portato anche il panino con la salsiccia e i broccoli, Dio l’abbia in gloria lui e il suo stomaco foderato d’amianto. La salsiccia coi broccoli, si sa, andrebbe mangiata calda, ma è tutto un lavorar di mandibole che fa paura.

E poi giocano a pallone. Corrono dietro al pallone per ore intere senza stancarsi mai, sudano, sputano per terra come Totti, bestemmiano come Gattuso e si involgariscono collezionando femmine come Cassano, ma bisognerà pur avere dei modelli.

Dopo appena due minuti di museo archelogico qualcuno comincia a chiederti "Professo’, ma perché ci avete portati in questo posto" e tu pensi che non ci volevi venire, ti ricordi il tuo letto che aveva quel grato sentore di sudore e di piedi e ti sembra la cosa più lontana del mondo. C’eri appena poche ore prima.

Che non ci volevi venire ma una delle colleghe accompagnatrici (impegnatissima a parlare tutto il giorno di borsette, scarpe, accessori, menopausa, consigli sui pannolini che metteva a suo figlio quando era piccolo -adesso pilota un jet dell’aeronautica!-) appena arrivi mezzo rincoglionito dal sonno all’appuntamento con la partenza delle sette (perché se non ti alzi prima dell’alba che razza di gita è?), ti fa: "Collega, sei tu che accompagni la prima zeta, vero?" (della serie: "Questi sono roba tua, veditela un po’ tu, io non voglio sapere nulla, tanto che, figurati, non mi ricordo nemmeno il tuo nome…).

La giornata passa mentre cerchi di scandire le ore he ti separano dal psssssssssst pneumatico della portiera dell’autobus che si apre, al ritorno, sullo stesso luogo che hai lasciato appena 11 ore prima, ma ti sembra di essere andato in esilio.

Tanto, poi, gli insegnanti sono quelli che hanno tre mesi di vacanza l’anno!

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