Giovanni Falcone, uomo solo

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Erano mesi che avevo da parte uno screenshot.

Non sapevo come usarlo. Doveva essere l’idea per un post del blog, ma il post non voleva saperne di saltare fuori. Non mi veniva.

“Pazienza”, mi dicevo. In fondo di argomenti su cui scrivere ce ne sono a iosa.

Ma qualcosa ha continuato a prudermi sui polpastrelli.

Finché l’occasione della riflessione finale mi è arrivata con la celebrazione del trentesiomo anniversario della morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta.

Giovanni Falcone fu un uomo solo. Lasciato solo in primo luogo dai suoi colleghi magistrati, che ne isolarono l’operato fino a definirlo al limite del surreale, quasi si trattasse di una commediola dell’assurdo da vaudeville di periferia.

Eppure quei magistrati che tanto lo osteggiavano erano gli stessi che quotidianamente prendevano in mano le sorti di centinaia di indagati, la cui innocenza fino a sentenza definitiva è stabilita dalla Costituzione. Non sono certo io a dirlo.

Tutto questo ha contribuito a fare di Giovanni Falcone un morto civile che camminava, coadiuvato solo da pochi e, a tratti, inadeguati fedelissimi.

Ma quello che Giovanni Falcone ha dovuto subire post mortem, se del caso, è ancora più grave e denigratorio.

L’ex magistrato Ilda Boccassini, già co-simbolo dell’inchiesta “Mani pulite”, nel suo libro autobiografico La stanza n. 30, rivela il fatto di essersi innamorata del collega. Un gesto nobile, delicato, per nulla invasivo e assolutamente necessario per ricostruire la vicenda umana, storica e professionale del Giudice Falcone.

“Il mio era un sentimento profondo, ero innamorata della sua anima, della sua passione… Ricordo quella nuotata insieme all’Addaura nel 1990 e una notte in volo verso l’Argentina”

E, poi

“Cosa avrebbe riservato il destino a me e Giovanni, se non fosse morto così precocemente?” (…) “E’ molto complicato per me parlarne”.

Cazzo, sarà stato anche complicato ma ne ha fatto del materiale da autobiografia, e l’autobiografia, per fortuna passata presto nel dimenticatoio (spero venga presto venduta nei Remainders col 70% di sconto, perché anche i libri hanno un diritto all’oblio), si sa, vende. Soprattutto quella di un personaggio pubblico.

“Rimanemmo abbracciati per ore, direi tutta la notte, parlando, ascoltando Gianna Nannini e dedicandoci di tanto in tanto ad alcuni dettagli dell’interrogatorio e ai possibili sviluppi dell’indagine… Che notte…”

Che, voglio dire, va bene tutto l’amore del mondo ma Gianna Nannini è sinceramente una punizione severa e ingiusta.

Bene hanno fatto i redattori di “Palermo today” a taggare l’articolo pubblicato a suo tempo sull’argomento, sotto la categoria “mafia”.

Perché la mafia non è un’organizzazione criminale costituita e radicata sul territorio. Non è l’uomo coi baffi, la coppola, e la lupara a tracolla, che si alza alle cinque del mattino per andare ad ammazzare Compare Turiddu. E non è nemmeno, per certi versi, quella dei colletti bianchi, degli infiltrati nei grandi e piccoli sistemi economici.

La mafia è un sistema di pensiero. Che si origina dall’insinuazione del dubbio, del marginale, del sovrabbondante.

Siamo mafiosi ogni volta che facciamo un’ipotesi sul conto di qualcuno, ogni volta che scegliamo la prima opzione quando il medico specialista ci dice che “sono 120 senza ricevuta e 160 con ricevuta“, quando distruggiamo la reputazione di qualcuno con un gossip raffazzonato, sciogliendola nell’acido del pettegolezzo, quando picchiamo il professore di nostro figlio che gli ha sequestrato il telefonino perché lo usava durante la sua lezione.

Siamo noi la mafia, altro che Totò Riina!