Giovanna Pavani – Sebben che siamo donne

All’epoca fu una tale vittoria che nessuno si premurò di constatare se, alla conquista della scheda elettorale, corrispondessero anche consistenti risultati sul piano dei diritti civili. Se insomma le donne, chiamate per la prima volta alle urne il 2 giugno del ’46, si fossero anche conquistate la condizione di "cittadine" di quella che, di lì allo spoglio, sarebbe stata proclamata Repubblica italiana. Ovviamente non fu così, perchè la storia si muove a piccoli passi e, quando si tratta di donne i passi, oltre che piccoli, si dimostrano drammaticamente lenti. Ma il voto fu comunque una svolta epocale per il nostro paese, che le rese – almeno – "elettrici". Non ancora "cittadine", dunque, ma si auspicava che questo si sarebbe lentamente accaduto. Sono passati 60 anni, non uno, ma la piena parità tra uomo e donna è ancora di là da venire. C’è un dato che, più di altri, dà il quadro della situazione: a parità di ruolo e di mansioni, una donna viene pagata un terzo in meno.

Nel mondo c’è un susseguirsi di elezioni in cui le donne vengono elevate ai ruoli più alti delle istituzioni, mentre da noi si è costretti a presentare grottesche leggi ad hoc per costringere i partiti a candidature femminili nelle liste elettorali. Peraltro, succede poi che persino le proposte meno "invasive", vengano comunque bocciate.

Donne esibite come folklore politico, sembrerebbe, perché quando si tratta di seggi e di potere gli uomini preferiscono condividerli con dei loro pari, nel segno della più bieca solidarietà maschile, eliminando quel valore aggiunto che è l’impegno delle donne che, il più delle volte, li mette addirittura in difficoltà. E’ dunque un anniversario triste questa ricorrenza dei sessant’anni del voto al femminile. Le donne italiane sono ancora molto "elettrici" e troppo poco "cittadine". E che qualcosa non andava per il verso giusto se ne erano subito accorte anche le prime elettrici della repubblica: dopo aver digerito l’entusiasmo per quella prima espressione di conquista di un diritto civile primario, negato fino a quel momento, le donne cominciarono a vedersi respinte davanti ad ogni tentativo di accesso a ruoli fino a quel momento di squisita pertinenza maschile. Una vittoria di Pirro? Sembrava proprio così.

Eppure, il 2 febbraio del ’45, quando venne promulgato il decreto legislativo sul suffragio femminile, in molte avevano tirato un sospiro di sollievo. La battaglia era stata dura e, a tratti, defatigante. E poco importa se lo stesso decreto stabilisse che le donne potessero votare ma non potessero essere elette, l’importante era aver messo un piede nella porta, aver stabilito un principio dopo mezzo secolo di rivendicazioni femminili. L’esultanza, si diceva, fu breve.

Fu, allora, una vittoria senza troppi splendori, offuscata da ombre e amarezze. La conclusione della faticosa scalata iniziata dopo l’unità d’Italia con le suffragette, intellettuali e scrittrici, non poteva essere considerata un pieno successo. La conquista della scheda espose infatti le donne a ritorsioni e vendette:mentre venivano dichiarate libere di partecipare alla vita politica, era loro interdetto, ad esempio, l’accesso alla magistratura. Di fatto si trattava di un paradosso: con il voto della Costituente era passata l’assurda ipotesi che una donna potesse partecipare politicamente alla formazione della legge, potesse anche far parte del governo ma non potesse applicarla con la toga sulle spalle. Si dovranno aspettare gli anni ’50 perché progressivamente tante leggi basate sulla discriminazione sessuale vengano lentamente fatte fuori, come quella del ’53 che vietava il licenziamento in seguito al matrimonio. Oppure quella del ’58, con l’abrogazione del diverso trattamento dell’adulterio maschile e femminile, per arrivare al nuovo diritto di famiglia ed alla parità nel lavoro.

Uno degli scogli che le donne da sempre hanno trovato sulla loro strada di riconoscimento della parità reale dei diritti civili e politici con l’altro sesso è sempre stato rappresentato dalla cultura cattolica imperante nel Paese. Sarebbe il caso di ricordare come Pio XII commentò l’approvazione del diritto di voto. Non si trattò, invero, di una condanna, ma di un più sottile tentativo di disinnescare la portata di un cambiamento che poteva minare la concezione cattolica della donna come angelo del focolare. L’auspicio del pontefice fu quello che a prender parte alla vita politica fossero solo quelle signorine che "gli eventi hanno votato ad una solitudine che non era nel loro pensiero e nelle loro aspirazioni, condannandole a una vita inutile e senza scopo".

In politica solo le zitelle, dunque, quelle su cui mai sguardo d’uomo aveva avuto l’occasione di poggiarsi e che, quindi, non sarebbero potute servire alla bisogna di spose e madri. Anche all’epoca, tuttavia, agli appelli del Papa corrispondeva una sana disobbedienza civile e quindi le donne, sentito il discorso, corsero in massa alle urne e nella Costituente ne furono elette 21. E certo non tutte erano, come si diceva allora, "signorine". Erano poche, però, ma comunque la speranza era quella che il numero potesse crescere con l’andare del tempo e il cambiamento lento dei costumi. Macchè. Oggi si litiga sulle quote rosa e quei partiti di sinistra che più di altri dovrebbero seguire il pensiero di Togliatti ("le donne in politica sono non solo necessarie ma addirittura indispensabili") di donne ne mettono in lista poche oppure le escludono prima per evitare addirittura che si possa porre il problema.

Insomma, 60 anni, almeno da questo punto di vista, sembrano essere scivolati invano. Perché fa ancora fede quanto disse un’arrabbiatissima deputata democristiana che aveva visto inserito nelle liste del suo partito solo un nome di donna. "Gli uomini sembrano pronti, per antica abitudine, ad aprire le porte al passaggio di una donna, ma amerebbero deflettere dall’usanza davanti alla porta di Montecitorio". Oggi, le cose sono molto cambiate. In peggio.

da: www.altrenotizie.org

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