Fiorello a Sanremo: “Deficienti a distanza”

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Ci sono varie ragioni per cui il Festival di Sanremo non mi interessa più da anni. Una è perché mi ricordo il Sanremo, quello vero, quello del 1971. Mi ricordo ancora la triade dei vincitori a memoria: Nada e Nicola di Bari con “Il cuore è uno zingaro” al primo posto, i Ricchi e Poveri in coppia con José Feliciano con “Che sarà” al secondo, e last but not least Lucio Dalla e l’Equipe 84 con “4/3/1943” (che l’Equipe 84 non se la ricorda nessuno). Ma l’altra motivazione, quella che mi fa snobbare, non senza una punta di disgusto personale, questo Sanremo 2021 è l’infelice uscita di Fiorello che ha ribattezzato la DaD facendola diventare l’acronimo di “Deficienti a Distanza”.

Deficienti chi? Gli studenti che seguono da casa? Gli insegnanti che vanno a scuola, si fanno dare un computer e una connessione, si mettono in un’aula o in un angolo poco frequentati e fanno lezione due, tre, quattro, cinque ore al giorno? O è deficiente il popolo italiano, che non può andarsi a bere il caffè o lo Spritz al bar, che non può riempire la platea del teatro Ariston, che non può applaudire in presenza i propri beniamini, come se fosse una cosa importante rispetto alla pandemia che stiamo vivendo?

E si è anche commosso (reazione emotiva legittima e comprensibile, per carità) per la figlia Angelica, che è “chiusa in casa” e per gli adolescenti che “non sono più abituati a vivere”. Ma ringrazi il cielo che sua figlia può seguire le lezioni da casa grazie a una connessione decente (visto che il padre fa pubblicità alla Wind), quando ci sono figli di operai in cassa integrazione che non possono permettersi non dico un wi-fi, ma nemmeno un supplemento di gigabyte per il cellulare. Ma lo sa Fiorello quanti alunni si rivolgono alle scuole per avere uno straccio (e, quando dico “uno straccio”, intendo proprio dire il minimo sindacale in termini di prestazioni) di computer in comodato d’uso gratuito? E sarebbero loro i “Deficienti a Distanza”? Lo sa Fiorello quanti insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado sono costretti a portarsi il proprio computer da casa perché gli istituti scolastici ne sono sprovvisti dato che “bambole, non c’è una lira, la Azzolina ha speso i soldi per i banchi a rotelle”? Sua figlia “non è più abituata a vivere”? Ma sa quanti ce ne sono di ragazzi che vivono con smarrimento questa emergenza pandemica? Quanti casi di depressione, ansia, conflitti familiari e perfino abbandoni scolastici sono costretti a dover gestire quotidianamente quei “Deficienti a Distanza” degli insegnanti?

Io lo capisco che in Italia esiste e sussiste il diritto di satira. Ma, perdìo, esiste e sussiste anche il diritto di critica. O, più semplicemente, il diritto all’indignazione e quello al non starci. Fiorello, semplicemente, dovrebbe provare anche per un solo mese a vivere da insegnante (con stipendio adeguato, troppo comodo fare satira discutibile con il cachet da conduttore del Festival, per quei soldi lì io sarei disposto a trattare da “Deficiente a Distanza anche mia madre, e che mi frega?) e a fare quello che fa un insegnante impegnato nell’attività a distanza. Senza cambiarsi d’abito ogni tre per due (è noto il “torpe aliño indumentario”, come diceva il Poeta, di chi fa scuola), senza avere come interlocutore Arisa o Orietta Berti, ma i ragazzi, quelli veri. Quelli che ti chiedono delle cose e tu devi essere pronto a rispondere, quelli da accompagnare all’esame di stato, quelli che si fidanzano e si lasciano in una settimana e si presentano on line (quando si presentano) come se fosse loro cascato il mondo addosso, e tu devi avere una parola per tutti, fare l’appello, rassicurarli e, possibilmente, fare anche un quarto d’ora di lezione e andare avanti un pochino con il programma, il tutto in quaranta minuti, se no loro non reggono?

Boicottare Sanremo diventa un dovere morale e non più un diritto alla disconnessione da questa baraonda. Per fortuna posso contare su un numero di canali radiofonici e televisivi tale da permettermi di scegliere qualsiasi altra cosa per non guardarne nessuna. E ora, chiamatemi pure “Deficiente”.