Fenomenologia di Geppi Cucciari e di “Che succ3de”

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Era un bel po’ di tempo che volevo scrivervi questo post. Oggi è arrivato il momento.

C’è una trasmissione in TV che mi fa venire puntualmente i nervi. Voi direte “E allora non guardarla!”. E invece no, la guardo perché anch’io pago il servizio pubblico radiotelevisivo attraverso la corresponsione di una cospicua cifra del canone, e quindi ho il diritto a criticare quello che non mi piace.

La trasmissioni in questione si chiama “Che succede?”, ribattezzata “Che succ3de” perché trasmessa da Rai Tre, e me la sorbisco tutte le sere perché fra il TG dell 19, l’informazione regionale, Blob (che è davvero una bella trasmissione) ma soprattutto “Un posto al sole”, di cui sono un accanito fan (sì, io guardo “Un posto al sole”, problemi??), “Che succ3de” si insinua ratta come la folgore e io sono troppo pigro per pigiare un qualsiasi tasto del telecomando per cambiare canale, suppur temporaneamente.

Conduce l’onnipresente Geppi Cucciari. Onnipresente perché è come il prezzemolo, in ogni dove, anche alla radio dove co-conduce “Un giorno da pecora” su Radio Uno, con quell’altro che non ricordo mai come si chiami, e non fanno altro che definirsi “simpatici”. “Cara la mia simpatica Geppi Cucciari su Radio Uno!!” E’ diventato ormai un tormentone.

Geppi Cucciari ha una caratteristica fondamentale: non mi fa ridere. Non mi fa ridere ei, non mi fanno ridere le soluzioni trovate dalla redazione per rallegrare il programma, non mi fa ridere il suo cominciare la trasmissione sempre con la stessa frase (“Eh, la ‘ggente, la ‘gente…”), non mi fa ridere, soprattutto, quel suo voler cercare la battuta ad ogni costo (logico che alla fine le vengano male, o che siano, quanto meno, discutibili) il suo mettere in piazza gli affaruncoli amorosi degli altri, etero o gay che siano non importa, quel suo intervistare nonnine ultracentenarie come se fossero delle amabili “sciure” ultracinquantenni dei nostri tempi, mi dànno perfino fastidio i suoi polpacci ben torniti e le sue pettinature sbarazzine, messe a bella vista per imporre al pubblico una donna evidentemente ben piantata fisicamente. Mi dà fastidio tutto della trasmissione, per dirla in parole povere ma ricche. La trovo sovrabbondante come chi conduce, troppo concentrata, troppo ricca, troppo di tutto, insomma, l’esagerazione fatta TV. E, si sa, quando si esagera la satira si rischia sempre di andare a finire nel grottesco.

Ma soprattutto mi ha dato fastidio una sua battuta dell’altro ieri sulle terapie a base di litio. Che è un noto antidepressivo. Ora, per carità, libertà di satira quanto si vuole, ma c’è gente per cui il litio è un vero e proprio salvavita. Non si permetterebbe certo la Cucciari di criticare le terapie chemioterapiche, o i vaccini anticovid, tanto per dirme un paio. E questo trattare la depressione, e, ancor peggio, il malato depresso, come se fosse uno che va fuori di testa, e non come un malato a tutti gli effetti, fa prudere le dita per il nervoso. Non si scherza sulle sofferenze degli altri.

Così come non si scherza sui miti. La trasmissione ha l’abitudine di concludersi con una brevissima striscia di un minuto o poco più intitolata “Un Conte al sole”. Funziona così: si prendono degli spezzoni tratti dalla soap “Un posto al sole”, e li si accompagnano da altrettanti frammenti da interviste e dichiarazioni di Giuseppe Conte, funambolico Presidente del Consiglio. Ne esce fuori una conversazione surreale che oggi fa ridere, domani fa ridere, dopodomani fa ridere, la settimana prossima fa ridere ma dopo dieci giorni ha già bell’e rotto i coglioni. L’altra sera, invece del solito scambio di battute tra Giuseppe Conte e un protagonista della soap, la controparte di Alex, ragazzina carina come nessuno, ma stronzetta al punto giusto, indecisa se partecipare o meno a una chiamata di lavoro a Madrid, era nientemeno che Enrico Berlinguer. Che anche in un montaggio televisivo post mortem è riuscito a rivelare tutta la sua “gracia” e il suo “ángel”, come scriveva Federico García Lorca. Toccare una figura storica, molto amata da tante persone (perfino da chi la pensava in modo diametralmente opposto) e che costituisce un caro ricordo della memoria collettiva. Ecco, Enrico Berlinguer non si tocca. Come non si tocca Pertini, come non si toccano Falcone e Borsellino, come non si tocca Madre Teresa di Calcutta. Per dire. Il concetto di “blasfemia” non è solo relegato al sacro, ma si riferisce anche alle espressioni più laiche e più pure della società. Ce lo vedete voi “Un Che Guevara al sole”??

Lascino stare, lorsignori. La satira non è ridere DEGLI altri, ma ridere CON gli altri.

Vostro aff.mo e, perché no, anche un po’ disturbato di stomaco.