Fenomenologia dei fan di Giulia De Lellis

Io non so chi sia, o, meglio, non sapevo chi fosse Giulia De lellis prima di qualche giorno fa. Avevo visto che ha scritto (ma a quattro mani con tale Stella Pulpo) un libro dal titolo chilometrico sulle corna (“Le corna stanno bene su tutto ma io stavo meglio senza”), ma ignoravo che facesse l’influencer, mestiere che, oltre alla notorietà dei follower sui social network, deve anche dare l’occasione per guadagnare un bel po’ di soldini che, voglio dire, mica uno ci sputa sopra, non c’è niente di male ad essere famosina (la stessa De Lellis ha dichiarato, in un virgolettato riportato da “Il Messaggero” di avere 4 milioni e 200000 follower su Instagram), belloccia e ricchetta, vendere tante copie in libreria e balzare subito nella top ten delle vendite di quelle cose che i giovani di oggi rifuggono come la peste e che noi matusa ci ostiniamo a chiamare “libri”. Eppure di fan ne ha tanti, anzi, tantissimi. Le 13-14 che la seguono parlano un linguaggio che non ammette repliche. Giulia è “bellissima” (e va beh…), il suo libro è “stupendo” e chi non la pensa in questo modo vuol dire che “non ha capito niente”. Cinquecento persone assiepate davanti alla libreria Mondadori di via Tuscolana a Roma per attenderla. Bello, voglio dire, una imperativa e categorica dimostrazione di affetto. Però ripenso a cosa leggevo io quando avevo 13-14 anni. Italo Calvino, con la famosa trilogia di romanzi, Leonardo Sciascia (“il giorno della civetta” era obbligatorio se andavi al Liceo che frequentavo), la Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco che mi ha fatto ridere e sorridere per averla letta più e più volte. Ecco, magari io avrei fatto una fila chilometrica per uno di loro tre. O per comprare un biglietto dei miei idoli di allora: Lou Reed, Neil Young, e poi Joni Mitchell, gli Who e via discorrendo. E certo che anch’io pensavo che chi non leggeva quello che leggevo io e non ascoltava quello che io ascoltavo non aveva capito niente della vita, della letteratura e della musica. Ma sono cose che a 14 anni si dicono. E, in più (che poi è in meno), non avevo Instagram né un altro straccio di social network a disposizione. Voglio dire, altri modelli, altri miti, altri punti di riferimento, rispetto al pur rispettabile romanzo commercialotto della De Lellis. Cosa càspita è successo nel frattempo? Si è perso il valore di ciò che è arte, musica, letteratura. Non voglio dire che il libro sulle corna della Giulia nazionale (tanto nazionale che io non la conoscevo) non si possa o non si debba leggere, tutt’altro. Si può e si deve leggere con gli adeguati filtri che un approccio corretto alla lettura può e deve fornire. Cioè sapendo che si tratta di semplice evasione, di un tipo di lettura di pura fruizione e che la letteratura “elevata” è altro. Invece questi quattordicenni prendono tutto come una verità assoluta, come miele che scende dalla barba di Aronne, per citare l’Antico, brandiscono la loro copia del libro (delle oltre 53000 vendute da Mondadori in appena 10 giorni) e la mostrano all’obiettivo dei fotografi e si mostrano essi stessi all’obiettivo dei fotografi per finire poi a far circolare di nuovo le foto scattate con la loro eroina sui social network e viandare in un vortice di eterni ritorni di immagine, clic, like, cuoricini, emoji, faccine e compagnia cantante. Tutto questo a 14 anni. Se poi si calcola che qualcuno ha proposto l’acquisizione del diritto di voto al compimento dei 16 anni, cioè appena due anni dopo, si capisce perfettamente dove si andrà a parare.

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