Fagioli e cotiche

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E’ di nuovo d’uopo metter mano ai consigli di classe.

Come passa veloce il tempo! Par jeri che entravamo nel nostro pio istituto colle magliette a mezze maniche e co’ nostri vestimenti leggièri di dannunziana memoria, e ora eccoci qui con i nostri maglioni, cappotti, giubbotti, canotti, chinotti, strambotti, stracotti e pialle del 12. La De Estremitatis si è presentata con una coperta di lana grezza di pecora, che il nostro beato bidello Aristide le ha chiesto in prestito per le prime ore della mattina. Dice che lo userà come scaldavivande. Il professor Marxistis indossa un gàrrulo colbacco e si prepara a raggiungere la Brigata Partigiana di appartenenza sul Gran Sasso. La De Poppibus sferruzza nervosa un paio di scarpine per il nipotino appena nato. Le ha fatte e disfatte almeno tre volte, come faceva Penelope con la sua tela. Poi, stufa di aspettare l’inizio dei consigli, è andata avanti a oltranza, e ora sono diventati due scarponi che verranno buoni per la De Bonis, che col 44 di scarpe che porta entra in classe prima con gli alluci che con tutto il resto del corpo. Il professor Talebanis si accascia sulla sedia della sala docenti e prima ancora di stendere le gambe in avanti spara un rutto tridimensionale in Dolby Surround, al quale il professor Crucefixis, intento a schiacciare un rosario per ingannare l’attesa, risponde con un “Amen!” da quinto mistero glorioso. La moglie del Talebanis pare che oggi abbia cucinato fagioli con le cotiche, un piattuccio semplice ma gustoso che il divino Artusi annovererebbe nella sezione della “Cucina per gli stomaci deboli”.

La riunione sarà breve, mezz’ora appena, giusto per chiarirci fra di noi, ma c’è chi giura che sarà uno spaccamento di maroni cosmico. “Illa simplicissima brevitatis imitatio”, avrebbe scritto Sallustio.

La Acidophili è assente per malattia. Pare che si sia morsa la coda e che ora sia intenta a smaltire tutto il veleno che si è autoinoculata.

A metà riunione, quando già si profila la vittoria del verbalista sul coordinatore di classe per tre imprecazioni alla madre a zero, giunge come una bomba la notizia che tutti attendevamo: il professor Berlusconis è stato ufficialmente eletto consigliere comunale nelle file del centro-destra al termine di una tenzone elettorale spettacolare contro gli avversari combattuta a suon di “Becco! A màmmeta! Sciccìso! Puzz’ fa la bav’! Settebello! Carte! Primiera! Vinco io!”

Le vivissime congratulazioni dell’intero emiciclo plaudente vengono sottolineate dal discorso augurale del Dirigente Scolastico, l’augusto nonché stitico Professor Ferocius de Leonibus, il quale ci redarguisce con la sua vocetta intonata da corno di bassetto:

“Adess’ che l’è andà’ sü il Berlusconis no gh’è più trippa per gatti! Minga come il Marxistis, là, che l’è un ciaparàtt!!”

E propone a tutto il consiglio di sospendere per un minuto e cantare “Oh mia bèla Madunina”.

La supplente di inglese si chiama la professoressa De Chattibus, ed è da anni la compagna del professor Exlege. Sono innamoratissimi e lei non deve aver fatto fatica a convincerlo coi suoi innegabili argomenti. Si sono conosciuti su Facebook, dove lei ha un profilo frequentatissimo da uno stuolo di potenziali ammiratori allupati, nei confronti dei quali il solerte Exlege promette querele per violazione della proprietà privata, diffusione illecita di foto pornografiche, associazione per delinquere con l’aggravante dei futili motivi, tentato stupro e atti di libidine violenti. Poi ci ripensa su un po’ e realizza che magari è meglio far ricorso alla roncola di suo nonno e con quella tagliare le balle a tutti. Si mormora nei corridoi che uno che ha provato ad avvicinarsi alla De Chattibus ora canti da mezzosoprano nel Coro delle Voci Bianche della Radio Vaticana.

Ed è certo che il Professor Exlege sarà anche un emerito stronzo, ma ha buon gusto e con la De Chattibus deve togliersene di soddisfazioni. Il gran difetto della De Chattibus, tuttavia, è che è estremamente verbosa:

“No, abbiate pazienza e scusate, cari e stimati colleghi, ma lasciatemi dire… ammettiamo che io arrivi in ritardo alla riunione, ammettiamo che questo ritardo non venga verbalizzato, ammettiamo che il Dirigente lo firmi sulla fiducia, ammettiamo anche che al limite, proprio volendo, io venga assalita e rapinata da un malitenzionato (perché esiste la divina provvidenza!) proprio guarda caso nei dieci minuti precedenti il mio ingresso in consiglio, poi, mi dite voi come diavolo faccio a dimostrarlo in Tribunale? Dovrei fare un falso, e fare un falso è un reato, e io non ho mica voglia di giocarmi i prossimi mesi tra avvocati e giudici, solo perché il siòr verbalista è stato appena appena… diciamo così ‘lassista’ e di manica larga nel redigere il documento che, voglio dire, lo dobbiamo sottoscrivere tutti, no? E allora cosa mi dice, siòr verbalista, lo vogliamo cambiare il testo sì o no?”

“No!” la liquida il collega verbalizzante.

Sembra un dialogo di Platone, di quelli in cui il maestro fa un discorso lungo tre pagine e lo termina con un “ne convieni?” e il discepolo gli risponde “sì!” come un perfetto cretino.

La riunione termina dopo una esternazione di fine digestione del Talebanis alla quale il Dirigente De Leonibus non ha potuto far altro che far seguire il “rompete le righe” d’ordinanza.

Io raggiungo la porta d’uscita, ma, ratta come la folgore, mi raggiunge la De Chattibus che mi attacca un bottone infinito: “No, abbi pazienza, scusa collega, ma ammettiamo pure che io…”

E crollo esausto tra le braccia di mia madre.